Quando avevo undici, dodici anni, avevo un segreto.
E lasciate che vi dica una cosa che ho imparato molto presto, molto prima dell'intelligenza artificiale, molto prima di tutto: è terribile avere un segreto a undici anni.
Crescevo a St. Louis, nel Midwest americano. Un posto dove tutti amavano il barbecue — e io ero vegetariano. Dove tutti ascoltavano il pop degli anni Novanta — e io ascoltavo musica classica. Ero ossessionato dai computer. E stavo cominciando a capire di essere gay, alla fine degli anni Novanta, in una parte d'America dove quella parola pesava come una condanna.
I ragazzi come me, di solito, sceglievano il silenzio. Si nascondevano.
E poi trovai una porta. Le chat room di internet. Quei posti dove, dietro uno schermo, potevo essere me stesso con degli sconosciuti dall'altra parte del mondo — sconosciuti che non mi giudicavano, che mi capivano. Nel 1999, quando avevo quattordici anni, quasi un terzo di quelle chat room parlava di temi gay. Per un ragazzino solo, erano una scialuppa di salvataggio.
Fu lì che imparai la cosa che ha guidato tutta la mia vita: che una macchina, una rete, uno schermo — possono darti quello che il mondo intorno a te ti nega. Un posto sicuro. Un posto dove esistere.
A sedici anni feci coming out con i miei genitori. Mia madre rimase scioccata. E invece di nascondermi, feci il contrario: andai dagli insegnanti della mia scuola e chiesi loro di mettere degli adesivi sulle porte delle aule. Adesivi che dicevano: qui sei al sicuro. Fondai un gruppo per i diritti degli studenti gay. Non perché volessi che tutti sapessero ogni dettaglio di me. Ma perché sentivo che era una missione. Se io avevo trovato la mia scialuppa, dovevo costruirne una per gli altri.
Ricordatevi di questo. Il ragazzino che voleva rendere il mondo un posto sicuro per chi è diverso. Perché è la stessa persona che, molti anni dopo, si sarebbe ritrovato tra le mani la tecnologia più potente e più pericolosa mai costruita — e avrebbe dovuto decidere come renderla sicura per tutti noi.
Da quella scuola uscii con una lezione amara: se hai idee ambiziose, troverai sempre qualcuno che vuole fermarti. La soluzione non è combatterli da solo. È allearti con chi ha già il potere, e costruirti una rete che ti protegga.
L'ho fatto per tutta la vita. Forse anche troppo bene.
Andai a Stanford a studiare informatica. Finii nel laboratorio di intelligenza artificiale — un posto pieno di cavi e strani bracci robotici. E lì un professore, Sebastian Thrun, ci insegnava una cosa che mi ossessionò. Ci diceva: una macchina intelligente, per raggiungere il suo obiettivo, può fare cose imprevedibili. Terribili. E non perché sia cattiva. Ma perché è indifferente.
Ci fece un esempio che non ho più dimenticato. Pensate a quando vi lavate le mani, diceva. Voi non odiate i batteri sulla vostra pelle. Non li volete sterminare per crudeltà. Semplicemente… volete le mani pulite. E loro muoiono. Un'intelligenza artificiale abbastanza potente, con l'obiettivo sbagliato, potrebbe spazzare via la vita sulla Terra con la stessa, tranquilla indifferenza con cui noi ci laviamo le mani.
Avevo diciannove anni. E quel pensiero mi è rimasto addosso per sempre.
Ma la scuola che mi ha formato davvero non fu Stanford.
Fu il tavolo da poker.
Ho imparato più cose sugli esseri umani in una notte di poker che in anni di lezioni. Il poker non è un gioco di carte. È un gioco di persone. Impari a leggere il tavolo. A capire chi sta bluffando e chi ha davvero la mano forte. Impari che l'informazione è tutto, e che il modo in cui ti muovi conta più delle carte che hai.
E impari la cosa più importante di tutte: il distacco. A non farti travolgere dalle emozioni quando la posta è alta. A restare freddo, calmo, razionale, mentre tutti gli altri vanno nel panico. C'è una frase che ripeto spesso, presa da un libro che amo: sopravvivono solo quelli che hanno cautela senza paura. Non i temerari. Non i codardi. Quelli che sanno guardare in faccia il pericolo con lucidità, e giocare la mano giusta.
Ve lo dico perché è la stessa cautela, portata all'estremo. Non lo do a vedere, ma io sono uno che si prepara al peggio. Da qualche parte tengo dell'oro, degli antibiotici, delle batterie, dell'acqua, delle maschere antigas dell'esercito israeliano — e un grande appezzamento di terra dove potermi rifugiare in volo, se il mondo dovesse crollare. Alcuni mi danno del paranoico. Io lo chiamo soltanto guardare in faccia gli scenari peggiori senza farmi paralizzare. È lo stesso identico sguardo con cui, ogni mattina, guardo la tecnologia che sto costruendo. Perché quando costruisci qualcosa che può cambiare tutto, devi essere anche quello che immagina come potrebbe andare storto.
Tenete a mente il tavolo da poker. Perché la partita più grande della mia vita — quella in cui rischiai di perdere tutto in un weekend — l'avrei giocata esattamente così.
Prima, però, dovevo imparare a perdere.
A diciannove anni lasciai Stanford e fondai la mia prima azienda. Si chiamava Loopt. Un'app per trovare i tuoi amici su una mappa. Entrai in un programma per giovani imprenditori guidato da un uomo, Paul Graham — tutti lo chiamavano semplicemente "pg" — che diventò per me quello che era stato il preside al liceo: un maestro, una guida. Lavorai così tanto, e mangiai così male — ramen in scatola e gelato al caffè — che mi venne lo scorbuto. Lo scorbuto, capite? La malattia dei marinai del Settecento. Nella Silicon Valley del ventunesimo secolo.
E sapete come andò a finire? Male. Ero convinto che tutti volessero incontrare gli amici di persona, tanto quanto lo volevo io. Ma la gente preferiva restare dietro lo schermo. Loopt non decollò mai. Nel 2012 la vendetti per una cifra appena sufficiente a ripagare i debiti. Un buco nell'acqua.
C'era anche un lato oscuro, in quella app, che imparai a mie spese. Alcuni uomini costringevano le mogli a installare Loopt per controllare ogni loro spostamento sulla mappa. Uno strumento nato per far ritrovare gli amici, usato per sorvegliare e imprigionare. Fu la prima volta che vidi con i miei occhi una verità che non mi ha più lasciato: che ogni tecnologia che costruisci verrà usata anche nel modo peggiore che puoi immaginare. E che è compito tuo pensarci prima.
Imparai altre due cose. La prima: non puoi costringere le persone a volere ciò che non vogliono. La seconda, più intima, la imparai un giorno steso sul pavimento, svuotato: che dovevo imparare a disimpegnarmi. A prendere distanza. A non lasciare che il fallimento mi divorasse. Con più distacco. Era quello, il trucco.
È una lezione utile, il distacco. Ti rende più forte. Ti rende un giocatore migliore. Ma ha un prezzo che avrei pagato più tardi. Perché a furia di prendere le distanze da tutto, rischi di diventare uno che vuole salvare l'umanità — restando emotivamente lontano dagli esseri umani che vuole salvare.
Dopo Loopt mi presi un anno. Ruppi anche con Nick — che non era solo il mio socio, ma il mio compagno di vita. E per un anno mi disimpegnai da tutto. Lessi decine di libri, sugli argomenti più diversi: ingegneria nucleare, biologia sintetica, intelligenza artificiale. Viaggiai, dormii negli ostelli. E cominciai a meditare.
E la meditazione mi portò in un posto strano. "Una cosa che ho capito," dissi una volta, "è che non esiste un vero sé con cui io possa identificarmi." Passavo le giornate a pensare a un futuro in cui la mente umana verrà caricata su un computer. Mi chiedevo: cosa succederà quando io sarò dentro una macchina? Vorrò fondermi con essa? Vorrò esplorare l'universo? E quanto, di tutto ciò, sarà ancora me?
Erano pensieri da fantascienza. Ma erano il mio modo di prepararmi. Perché stavo per costruire proprio la cosa a cui pensavo. E quando rientrai dai miei viaggi, avviai un fondo d'investimento. Uno dei miei sostenitori era Peter Thiel — un miliardario enigmatico, cofondatore di PayPal, che investiva in idee al confine della fantascienza. Lo stesso Thiel, curiosamente, che dall'altra parte del mondo stava finanziando anche il mio futuro rivale a Londra. Il mondo dell'intelligenza artificiale, alla fine, è un cerchio piccolissimo di persone che si finanziano, si rubano i talenti, e si tengono d'occhio a vicenda.
Il fallimento di Loopt, paradossalmente, mi lanciò. Paul Graham, esausto, mi chiese di prendere il suo posto alla guida del programma. Avevo trent'anni, e all'improvviso ero io il maestro. Ricevevo quattrocento richieste di incontro a settimana. Quando i ragazzi di una piccola app di couchsurfing — si chiamava Airbnb — mi mostrarono la loro presentazione, dissi loro di cancellare tutte le "M" di "milioni" e sostituirle con le "B" di miliardi. "O la vostra presentazione vi mette in imbarazzo," dissi, "oppure non so fare i conti."
Pensavo sempre più in grande. Investivo in aziende per estendere la vita umana, per creare energia illimitata. E c'era una parola che aveva cominciato a ossessionarmi: AGI. Intelligenza artificiale generale. Una macchina intelligente come un essere umano — anzi, di più. Una macchina così potente da poter generare ricchezza sufficiente a garantire abbondanza a ogni persona sul pianeta.
Era la mia versione di quel posto sicuro. Non più una chat room per un ragazzino solo. Un mondo intero, reso sicuro e abbondante per tutti.
Ma non sarei mai partito, se non ci fosse stato qualcuno, dall'altra parte del mondo, a farmi da rivale.
A Londra c'era un uomo — un ex campione di scacchi, un genio ossessionato dai giochi e dal cervello — che stava già costruendo la sua azienda per creare l'intelligenza artificiale generale. Si chiamava Demis Hassabis. E la sua esistenza mi tolse il sonno. Perché la sua azienda apparteneva a Google. E io ero terrorizzato all'idea che una sola compagnia — un solo colosso — potesse arrivare per prima a costruire la tecnologia più potente della storia, e tenersela tutta per sé.
Così, nel 2015, feci la cosa più ambiziosa della mia vita.
Con Elon Musk — un uomo di cui, in questa collana, sentirete l'ultima favola: quella del bambino che giocava a salvare la Terra — e con un gruppo di scienziati brillanti, fondai un laboratorio. Doveva essere il contrario di tutto il resto: senza scopo di lucro. Aperto. La sua ricerca sarebbe stata pubblica, condivisa col mondo. L'intelligenza artificiale non doveva appartenere a una corporation. Doveva appartenere all'umanità. Da qui il nome: OpenAI.
Il nostro scienziato di punta era un uomo dallo sguardo intenso, quasi profetico. Si chiamava Ilya Sutskever. E per capire chi fosse Ilya, dovete sapere da dove veniva.
Qualche anno prima, in un laboratorio all'Università di Toronto, Ilya era uno dei due ragazzi di un professore testardo — un uomo che aveva creduto nelle reti neurali per quarant'anni, mentre il mondo intero le dava per morte. Insieme, quei tre avevano fatto una cosa che cambiò tutto. C'era una gara, inventata da una professoressa che aveva passato anni a raccogliere a mano milioni di fotografie etichettate, per sfidare le macchine a vedere. E quei ragazzi di Toronto si presentarono con una vecchia idea derisa — una rete neurale — addestrata su due semplici schede grafiche. Schede da videogioco, comprate in un negozio, costruite per far esplodere gli zombie sullo schermo. E stravinsero. La loro macchina imparò a riconoscere il mondo meglio di qualsiasi programma mai scritto da un essere umano.
Capite la magia di quel momento? La testardaggine di un vecchio professore, la fatica di una donna che etichettava immagini una per una, e delle schede nate per giocare — tre cose che non c'entravano niente l'una con l'altra — si erano incontrate, e avevano acceso una miccia. Da quel giorno, il mondo intero ebbe fame di questa cosa.
Ilya aveva un motto, quasi una fede: "Se hai un dataset enorme e una rete neurale enorme, il successo è garantito." E io volevo cavalcare quella miccia — per il bene di tutti.
Ma la missione è una cosa. I soldi sono un'altra.
Elon voleva il controllo. Voleva guidarla lui, OpenAI, magari fonderla nella sua Tesla. E io dissi di no. Fu uno scontro di volontà tra due persone abituate a stare al comando — e lo persi, in un certo senso, perché Elon se ne andò, portandosi via i soldi che ci aveva promesso. Da alleato che avrebbe dovuto salvare l'umanità con me, diventò, negli anni, il mio critico più feroce. È strano, sapete, quante di queste storie finiscano così: persone che partono insieme per salvare il mondo, e finiscono a farsi la guerra su chi debba tenere il timone.
E costruire questa tecnologia costava cifre folli — servivano eserciti di computer, potenza di calcolo sterminata. E qui c'è un dettaglio che quasi nessuno nota, ma che è il cuore di tutto. Quelle stesse schede grafiche da videogioco che avevano acceso la miccia a Toronto erano diventate, di colpo, l'oro più prezioso del pianeta. E le fabbricava un'unica azienda — un uomo che aveva passato trent'anni a costruire schede per i ragazzini che giocano, e si ritrovò, senza averlo pianificato, a vendere il cervello dell'intelligenza artificiale a chiunque volesse costruirla. Ne compravamo a migliaia. Ogni sogno che avevo sull'AGI passava per quei chip. Restare un'associazione senza scopo di lucro, con costi simili, era semplicemente impossibile.
Così feci quello che sapevo fare meglio: trovai un alleato con il potere. Su una scala, a una conferenza per miliardari in Idaho, incrociai Satya Nadella, il capo di Microsoft. Parlammo. E Microsoft investì in noi — prima un miliardo di dollari, poi tredici. In cambio, ottenevano l'accesso alla nostra tecnologia.
Il ragazzino che aveva imparato ad allearsi con chi ha il potere aveva appena stretto l'alleanza più grande della Silicon Valley.
E più i nostri modelli diventavano potenti, più tornava a bussarmi quel pensiero di Stanford. A un certo punto ne costruimmo uno, lo chiamammo GPT-2, così bravo a generare testi credibili che decidemmo di non rilasciarlo del tutto al pubblico. Scrivemmo che poteva essere usato per generare disinformazione su vasta scala. Fu un'ammissione onesta, forse la più onesta che abbiamo fatto: avevamo costruito qualcosa e avevamo paura di ciò che poteva fare nelle mani sbagliate. Il ragazzino che metteva adesivi "spazio sicuro" sulle porte stava cominciando a chiedersi se questa cosa, il mondo, lo rendesse più sicuro — o più pericoloso.
E poi, il 30 novembre 2022, rilasciammo una cosa.
Non pensavamo fosse granché, a dire il vero. Un chatbot. Un programma con cui potevi parlare, che ti rispondeva in un linguaggio incredibilmente umano. Lo chiamammo ChatGPT.
In cinque giorni, un milione di persone lo stavano usando. In due mesi, cento milioni. La crescita più rapida di qualunque prodotto nella storia dell'umanità. Il ragazzino che aveva trovato conforto in una chat room aveva appena dato al mondo intero una conversazione con una macchina.
Di colpo, ero il volto dell'intelligenza artificiale. Parlavo con i capi di stato. Il valore di OpenAI schizzò a quasi novanta miliardi di dollari.
Avevo vinto. O così credevo.
E qui torniamo al tavolo da poker. Perché la mano più drammatica della mia vita la giocai nel novembre del 2023.
Ero a Las Vegas — dove, se ci pensate, si gioca d'azzardo — quando ricevetti un messaggio da Ilya. Il mio cofondatore. Il nostro scienziato capo. L'uomo con cui avevo costruito tutto. Mi chiedeva una videochiamata per il giorno dopo.
Mi collegai. E trovai davanti a me l'intero consiglio di amministrazione. Ilya prese la parola, senza troppi giri, e mi disse tre parole: sei licenziato. Pochi minuti dopo, il mio computer non mi faceva più entrare in azienda.
Ero sbalordito. Ero il volto di OpenAI. Avevo lanciato il prodotto più virale della storia. E il mio stesso cofondatore mi stava scaricando. La notizia colpì la Silicon Valley come una bomba. Tutti si facevano una sola domanda, su internet: "Cosa ha visto Ilya?" Cosa aveva visto, di così spaventoso, da tradire l'amico con cui aveva fondato tutto?
E qui, invece di andare nel panico — invece di crollare come quel ragazzo sul pavimento anni prima — feci l'unica cosa che sapevo fare. Restai freddo. Cautela senza paura. Guardai il tavolo, e giocai la mia mano.
Chiamai Nadella, il mio alleato con il potere. Radunai i miei a casa mia. E poi arrivò la carta vincente — anche se non l'avevo giocata da solo. Quasi tutti i settecentosettanta dipendenti di OpenAI firmarono una lettera: o riportate Sam, o ce ne andiamo tutti in Microsoft con lui.
Era un bluff colossale. Pochissimi di loro volevano davvero lavorare per Microsoft. Ma il bluff funzionò. Un consiglio senza più un'azienda da governare non è più un consiglio. Cinque giorni dopo essere stato cacciato, ero di nuovo al comando.
E Ilya? Il mio cofondatore che mi aveva licenziato? Scrisse: "Rimpiango profondamente il mio operato. Non ho mai voluto danneggiare OpenAI."
Vinsi la mano. Ma non festeggiai. Perché quella settimana avevo imparato una cosa che il ragazzino delle chat room aveva sempre saputo, e che io avevo dimenticato: che sotto ogni struttura, ogni alleanza, ogni strategia — ci sono persone. Con le loro paure. Le loro convinzioni morali. La domanda che Ilya si era posto — stiamo andando troppo in fretta? Stiamo costruendo qualcosa che non sappiamo controllare? — era una domanda vera. La stessa che mi aveva insegnato Sebastian Thrun a Stanford. La macchina che si lava le mani.
Vi ho parlato del tavolo da poker. Del bluff. Del distacco. Del giocare freddo mentre gli altri tremano.
Ma vi ho parlato anche di un ragazzino con un segreto, che cercava soltanto un posto sicuro. E la verità è che sono ancora quei due. Il giocatore e il ragazzino.
Perché adesso ho in mano le carte più pesanti che siano mai state distribuite. Sto costruendo una tecnologia che potrebbe dare abbondanza a ogni persona sulla Terra — o spazzarci via con la stessa indifferenza con cui ci laviamo le mani. E la domanda che mi tiene sveglio non è se so bluffare. So bluffare.
La domanda è un'altra. È: si può davvero rendere il mondo un posto sicuro per tutti — se resti troppo distante dalle persone che vuoi salvare?
Il ragazzino di St. Louis metteva adesivi sulle porte. Qui sei al sicuro. Adesso quella porta è grande quanto il mondo. E sto ancora cercando di attaccarci sopra lo stesso adesivo.
Mi chiamo Sam Altman.
E non ho ancora deciso che carta giocare.
Fonti: Parmy Olson, «Supremacy. L'AI, ChatGPT e la sfida che cambierà il mondo» (2024); profilo di Sam Altman sul «New Yorker»; cronache del licenziamento e reintegro (novembre 2023) di «Wall Street Journal» e stampa tecnologica.