Ho pulito più gabinetti io di qualunque altro amministratore delegato nella storia.
Non è una battuta. È un fatto. E oggi mi presentano come l'uomo che guida l'azienda più preziosa del mondo. Tremila e trecento miliardi di dollari. Il motore dell'intelligenza artificiale.
Ma prima di tutto questo — molto prima — c'ero io, nove anni, in un dormitorio del Kentucky, con uno spazzolone in mano, a pulire i cessi di un intero piano.
Lasciate che vi racconti come ci sono arrivato. Perché la storia che conta non è quella dei tremila miliardi. È quella dello spazzolone.
Sono nato a Taiwan, nel 1963. La mia famiglia si spostava di continuo, seguendo il lavoro di mio padre. Per un lungo periodo vivemmo in Thailandia. E lì mia madre — che non parlava quasi inglese — fece una cosa che non ho mai dimenticato.
Ogni giorno apriva il dizionario. Sceglieva dieci parole. A caso. E ci chiedeva, a me e a mio fratello, di fare lo spelling e di impararne il significato. Dieci parole inglesi al giorno, prese da una donna che quelle parole non sapeva nemmeno pronunciare.
Non stava insegnandoci l'inglese. Stava insegnandoci una cosa più grande: che ci si prepara per un futuro che ancora non si vede. Che si semina prima di sapere se pioverà.
Poi la Thailandia entrò in un periodo di instabilità politica. E i miei genitori presero una decisione durissima: mandarci in America. Da soli. Da degli zii, a Tacoma, nello Stato di Washington. Avevo pochi anni. I miei sarebbero arrivati molto dopo.
I miei zii, immigrati anche loro, da poco, fecero del loro meglio. Trovarono per me e mio fratello quello che sembrava un collegio privato prestigioso in Kentucky. L'Oneida Baptist Institute. Vendettero quasi tutto quello che avevano per pagare la retta.
Solo che non era un collegio prestigioso.
Era un riformatorio. Un posto fondato nel 1899 per rieducare i figli di famiglie coinvolte in faide — ragazzi che, senza quel posto, si sarebbero ammazzati tra loro. I miei genitori, dall'altra parte del mondo, non lo sapevano. Avevano dato i loro risparmi per mandare i figli in quello che credevano un paradiso, e avevano mandato me a pulire i gabinetti in un dormitorio di tre piani.
Ero il più giovane. Ero straniero. Ero il bersaglio perfetto. Nei primi mesi mi picchiarono più volte.
Il mio compagno di stanza aveva diciassette anni — otto più di me — ed era coperto dalla testa ai piedi di tatuaggi e di cicatrici di coltellate. Immaginate un bambino di nove anni che divide la stanza con un ragazzo così.
E sapete cosa successe?
Io gli insegnai a leggere. Lui non sapeva leggere, e io glielo insegnai. E in cambio, lui mi insegnò a sollevare pesi. A diventare più forte. A non avere paura.
Da quel posto che doveva distruggermi, io uscii con una cosa che mi sono portato dietro per tutta la vita. Oggi la dico così: difficilmente mi spavento. Non ho paura di andare in posti che non ho mai visto, e posso sopportare moltissimi disagi.
Poi i miei genitori riuscirono finalmente a raggiungerci, e ci trasferimmo in Oregon. Tornai a essere un ragazzino quasi normale. Scoprii il ping-pong — e scoprii di essere bravo. A quattordici anni una rivista, Sports Illustrated, scrisse che ero il giovane più promettente della costa nordoccidentale.
Poi andai a Las Vegas per un torneo nazionale. E invece di riposarmi e concentrarmi, passai la notte a girare per la Strip, incantato dalle luci. Il giorno dopo persi tutte le partite.
Trent'anni dopo, mi spiace ancora. Perché quella notte ho imparato una cosa: il talento senza concentrazione non vale niente. Le luci sono sempre lì a distrarti. Il lavoro è resistere.
E ho lavorato. Da ragazzo lavavo i piatti. Facevo l'aiuto cameriere, poi il cameriere. In una catena di tavole calde americane. Odiavo preparare i milkshake — ci voleva un'eternità a pulire tutto — e cercavo di convincere i clienti a prendere una Coca-Cola. "Sei proprio sicuro del milkshake?"
Ricordatevi di quelle tavole calde. Perché tra qualche minuto ci torneremo, e non ci crederete.
Mi diplomai a sedici anni — avevo saltato due classi. Studiai ingegneria elettrica alla Oregon State. Ero il più piccolo del corso, piccolo e mingherlino, e per rimorchiare avevo un'unica battuta: "Vuoi vedere i miei compiti?"
Funzionò. Quella ragazza si chiamava Lori. La sposai. È ancora mia moglie.
Andai a lavorare come progettista di microchip. Di giorno disegnavo circuiti, la sera studiavo a Stanford. Ci misi otto anni a finire il master, perché nel frattempo avevo due figli da crescere. Ma non mi importava. Perché avevo già capito una cosa di me stesso: ho un orizzonte lungo. Per certe cose sono impaziente, ma per le cose che contano ho una pazienza sconfinata.
E qui devo dirvi la cosa più importante di tutte. Quando i giovani mi chiedono il segreto del successo, io do sempre la stessa risposta. Una risposta che li spiazza.
Gli dico: vi auguro lacrime e sangue a volontà.
Perché ho imparato che chi ha troppe aspettative ha poca resilienza. E la resilienza è tutto. L'eccellenza non è una questione di intelligenza. È una questione di carattere. E il carattere si forma solo in un modo: superando gli ostacoli. Il dolore, i contrattempi, le cose che vanno storte — quello è il lavoro. Non un incidente lungo la strada. È la strada.
1993. Avevo trent'anni. E con due amici — due ingegneri più brillanti di me — decidemmo di fondare un'azienda.
Si chiamavano Curtis Priem e Chris Malachowsky. Curtis sapeva disegnare l'architettura di un chip come nessuno. Chris sapeva domare i transistor. Io ero l'ingegnere che sapeva fare anche tutto il resto. La verità? Il successo è in gran parte fortuna, e la mia fortuna è stata incontrare loro due.
E sapete dove progettammo Nvidia?
Al tavolo di una tavola calda. Un Denny's, a San Jose. Ordinavamo caffè, che era illimitato, e restavamo lì per ore e ore a riempire tovaglioli di calcoli.
Ci pensate? Da ragazzo lavavo i piatti in un Denny's. E da uomo, ho fondato l'azienda più preziosa del mondo al tavolo di un Denny's. Lo stesso tipo di tavolo. La stessa tazza di caffè. La vita a volte scrive queste cose meglio di qualsiasi sceneggiatore.
E qui vi confesso una cosa che stona con la leggenda. All'inizio, io non volevo affatto mollare. I miei due soci odiavano il loro lavoro; io adoravo il mio. Continuavo a pensare: a voi va da schifo, a me va a gonfie vele — perché mai dovrei licenziarmi per mettermi in società con voi? Accettai solo a una condizione: che quell'azienda potesse davvero arrivare a cinquanta milioni di dollari di fatturato. Poi un giorno Curtis si licenziò e basta, fondò Nvidia da solo, in casa sua, e ci disse: "Non potete lasciarmi fallire da solo." Fece leva sul senso di colpa. E funzionò. A volte un'azienda nasce anche così: perché qualcuno si è buttato per primo, e tu non hai il cuore di lasciarlo cadere.
Servivano soldi. Andai dal mio capo alla LSI, Wilf Corrigan, a dargli le dimissioni. Lui, invece di trattenermi, mi chiese: "Posso investire anch'io nella vostra impresa?" E mi mandò dall'uomo più temuto della Silicon Valley: Don Valentine, di Sequoia Capital. Il miglior venture capitalist del mondo.
Gli facemmo una dimostrazione. Non lo convincemmo affatto — anzi, andò male. Ma ci diede i soldi lo stesso, per rispetto verso la mia reputazione. E mi congedò con una frase che non ho mai dimenticato:
"In base a quel che mi avete detto, contro ogni buonsenso, vi do i soldi. Ma se li perdete… vi ammazzo."
Il nome dell'azienda? I miei soci partirono dalla parola latina per "invidia". Invidia. Perché volevamo costruire qualcosa che il mondo intero avrebbe invidiato. Togliemmo la "I". Restò: Nvidia.
E la prima cosa che facemmo fu un disastro quasi completo.
Il nostro primo chip si chiamava NV1. Ci mettemmo dentro tutto: grafica, audio, un modo tutto nostro di disegnare le immagini, un formato sonoro tutto nostro. Eravamo così innamorati della nostra tecnologia che costruimmo un coltellino svizzero. Pieno di funzioni geniali che non interessavano a nessuno.
Poi uscì un videogioco. Si chiamava Doom. Il gioco più famoso del mondo. E sul nostro chip — il nostro chip meraviglioso — Doom girava male. L'audio non funzionava. I giocatori guardavano lo schermo e sentivano con le loro orecchie che qualcosa non andava. E non c'è marketing al mondo che possa convincere una persona di non vedere quello che vede.
Come disse Chris: "Pensavamo di aver costruito un'ottima tecnologia e un ottimo prodotto. Abbiamo scoperto di aver costruito solo la prima, non il secondo."
Fu una catastrofe. Bruciammo quindici milioni di dollari. Dovetti licenziare più della metà dell'azienda: da cento persone a quaranta. Guardai in faccia quelle persone e dissi loro di andare a casa. È una cosa che non si dimentica.
Ma imparammo. Imparammo che è meglio fare poche cose fatte benissimo, che tante cose fatte così così. Nessuno va a comprarsi un coltellino svizzero. È il genere di regalo che ti arriva a Natale e finisce in un cassetto.
E qui arriva il momento in cui Nvidia sarebbe dovuta morire.
Ci restavano nove mesi di soldi in banca. Nove mesi. Un nostro concorrente, più grande e più forte, ci aveva già dati per spacciati — pensavano che saremmo implosi da soli, e aspettavano solo di raccogliere i pezzi.
Io feci l'unica cosa che si può fare quando hai le spalle al muro. Dissi ai miei ingegneri: non costruiremo un chip discreto. Non ne abbiamo il tempo. Costruiremo il chip più veloce del mondo. E lo faremo in nove mesi, quando a tutti gli altri ne servono ventiquattro.
La chiamai una cosa: lavorare alla velocità della luce. Non misurarsi con la concorrenza. Non misurarsi con quello che avevamo fatto ieri. Misurarsi solo con quello che è fisicamente possibile. Il limite ultimo. Niente scuse.
Spendemmo un milione di dollari — che quasi non avevamo — per un emulatore, una macchina grande come un frigorifero, per testare il chip senza costruirlo. Ci mettevamo quindici minuti solo a caricare Windows. Muovevo il mouse e aspettavo che lo schermo si aggiornasse, un fotogramma alla volta.
E poi venne il giorno che amo raccontare.
Riunii tutti i dipendenti in mensa. Tirai fuori dalla tasca un foglio. Lessi ad alta voce quanti soldi ci restavano in banca. Ripiegai il foglio. E dissi: "Questo è tutto quello che abbiamo."
Silenzio. Erano cifre appena sufficienti per poche settimane di stipendi. Un neoassunto sbiancò e disse: "Mio Dio. Abbiamo finito i soldi."
E allora tirai fuori un secondo foglio dalla tasca. Lo aprii. E lessi:
"Ordine da STB Systems. Trentamila unità del RIVA 128."
La mensa esplose. Il nostro primo grande ordine. Eravamo vivi.
Sì — avevo fatto un po' di teatro. Ma quel teatro raccontava una verità che sarebbe diventata il mantra dell'azienda per sempre: siamo sempre a trenta giorni dal fallimento. Non per paura. Ma per non addormentarci mai. Perché il vero nemico non è mai la concorrenza. Il vero nemico è l'autocompiacimento di chi ha appena avuto successo.
Quel chip vendette un milione di unità in quattro mesi. Il concorrente che ci aveva dato per morti? Anni dopo fallì. E noi comprammo i pezzi.
Ma sopravvivere una volta non basta mai. Poco dopo, il gigante degli Stati Uniti — Intel, un'azienda che allora fatturava quasi mille volte più di noi — annunciò che avrebbe fatto un chip grafico tutto suo. Per farci fuori. Lo dissero apertamente ai loro dipendenti: vogliono vedere Nvidia fallire.
Io riunii tutta l'azienda e dissi una cosa che oggi forse suona brutale, ma che allora era pura sopravvivenza: "Non fatevi illusioni. Intel ci vuole morti. Il nostro obiettivo è distruggerli prima che distruggano noi."
I miei ingegneri cominciarono a lavorare fino a mezzanotte, tornavano a casa a pezzi, dormivano poche ore e ricominciavano, ripetendosi come un mantra: dobbiamo battere Intel. Io ero il primo. Entravo in ufficio alle nove del mattino e uscivo verso mezzanotte. Una volta un dirigente uscì presto per portare la moglie al cinema, e un collega lo salutò così: "Ah, oggi lavori solo mezza giornata?"
Lo so come suona. Ma io avevo imparato una cosa nel Kentucky: non ci si nasconde. Nemmeno in bagno. Un mio ingegnere una volta era all'orinatoio, e mi vidi arrivare accanto a lui a chiedergli: "Ehi, a cosa stai lavorando?" Andò nel panico, convinto che lo stessi per licenziare, e mi elencò venti progetti di fila. Non volevo spaventarlo. Volevo solo che tutti sapessero: io ti vedo. So di cosa sei capace. E mi aspetto che tu lo faccia.
E c'era un'altra cosa che ripetevo ai reclutatori, una regola sola: assumi sempre persone più intelligenti di te. Un'azienda non è il suo fondatore. È la costellazione di persone che riesce a tenere insieme.
Ma la lezione più importante di quegli anni non fu sulla guerra. Fu su un'amicizia.
Avevamo bisogno di qualcuno che costruisse fisicamente i nostri chip. Il migliore al mondo era un uomo a Taiwan — la terra dove ero nato — di nome Morris Chang, il fondatore di TSMC. Gli scrissi una lettera, di mio pugno, chiedendogli un incontro. Contro ogni previsione, mi rispose.
Chang veniva a trovarci di persona, con un piccolo taccuino nero in cui prendeva appunti. Una volta venne addirittura mentre era in luna di miele. Diceva sempre: "Il piacere più grande del mio lavoro è vedere i clienti crescere, fare soldi, avere successo."
Da lì nacque una collaborazione che dura da trent'anni. Ho imparato che nessuno costruisce niente da solo. Che dietro ogni chip che oggi fa pensare le macchine, c'è la fedeltà tra due immigrati che si sono fidati l'uno dell'altro. Anche questo è la costellazione.
Adesso devo fermarmi e mostrarvi una cosa. Perché è così che noi lavoriamo.
Nelle nostre riunioni non ci sono presentazioni patinate. Non ci sono slide luccicanti dietro cui nascondersi. C'è una cosa sola: una lavagna bianca. E un pennarello.
Io scatto in piedi con il mio pennarello preferito — quello con la punta a scalpello — e disegno il problema davanti a tutti. E chiunque parli deve dimostrare il suo ragionamento lì, in tempo reale, davanti agli altri. Nessuno si può nascondere.
Ma la lavagna è anche un simbolo. Il simbolo più importante che abbia.
Perché una lavagna, per quanto la riempi di idee geniali, è fatta per essere cancellata. Ogni grande idea, per quanto brillante, prima o poi va via, e lascia il posto a un'altra. La lavagna non ti lascia mai innamorare di quello che hai scritto ieri. Ti costringe a guardare sempre il vuoto. E il vuoto — tenetelo a mente — non è la fine.
Il vuoto è la possibilità. Ci torneremo, alla fine.
Nel 2006 feci la scommessa più folle e più incompresa della mia vita.
Le nostre schede grafiche facevano una cosa sola: disegnare i videogiochi. Le compravano i ragazzini per far esplodere gli zombie sullo schermo. Ma io avevo intuito una cosa. Quelle schede, dentro, facevano un tipo speciale di calcolo — tante piccole operazioni tutte insieme, in parallelo. E quel calcolo non serviva solo ai videogiochi. Poteva servire alla scienza. Alla medicina. A cose che ancora non esistevano.
Così decisi di trasformare le nostre schede da videogioco in strumenti di calcolo per il mondo intero. Creai una piattaforma software per farlo. La chiamai CUDA. E ordinai una cosa che fece infuriare tutti: che ogni singolo chip Nvidia, anche il più economico venduto ai ragazzini, avesse CUDA dentro.
Costò una fortuna. Un solo chip, quattro anni di lavoro, quasi cinquecento milioni di dollari. I nostri margini crollarono. E la domanda per questa cosa nuova era… quasi zero. Nessuno sapeva programmarla. I nostri ricercatori tenevano cento conferenze all'anno per spiegarla, e tornavano dicendo: "Abbiamo davanti un muro. Nessuno vuole saperne."
Le nostre azioni persero l'ottanta per cento del valore. Gli investitori mi imploravano di fare marcia indietro. Di smetterla.
Io non cambiai idea. Nemmeno per un secondo.
Perché credevo in CUDA. Credevo profondamente che quel modo di calcolare avrebbe risolto problemi che i computer normali non potevano nemmeno sfiorare. Era un sacrificio necessario. Stavo di nuovo seminando dieci parole al giorno da un dizionario, per una pioggia che non era ancora arrivata.
Il primo tuono lontano arrivò da uno scienziato di nome Andrew Ng. A Google, aveva costruito una rete neurale enorme, e per addestrarla aveva collegato duemila processori normali — sedicimila cuori di calcolo. Un mostro. E quel mostro, guardando migliaia di video di YouTube, aveva imparato una cosa tenerissima e rivoluzionaria insieme: aveva imparato, da solo, a riconoscere il muso di un gatto. Senza che nessuno glielo insegnasse.
Era meraviglioso. Ma c'era un problema che io conoscevo bene: duemila processori costano una fortuna. Nessun laboratorio normale poteva permetterseli. Quella meraviglia era fuori dalla portata del mondo.
E qui entra un uomo del mio team, Bill Dally. Una mattina, a colazione con Ng, gli disse una frase che ha cambiato la storia: "Scommetto che le nostre GPU sarebbero molto più adatte per fare questa cosa."
Mise al lavoro un ingegnere brillante, Bryan Catanzaro. E indovinate cosa scoprirono. Quel lavoro che richiedeva duemila processori tradizionali, le nostre schede da videogioco lo facevano con dodici. Dodici. Come disse Dally: "Se gli algoritmi erano il carburante, e i dati l'ossigeno, le GPU erano la scintilla. Senza di loro, non era proprio fattibile."
Fu allora che chiamai Catanzaro, e cominciai a tempestarlo di email a ogni ora: cos'è questo apprendimento profondo? Come funziona? Cosa c'entrano le mie schede? Sentivo l'odore di qualcosa di enorme.
E poi, nel 2012, la pioggia arrivò. Da un posto che non mi aspettavo.
C'era una giovane professoressa — si chiamava Fei-Fei Li. Se avete ascoltato il primo racconto di questa collana, la conoscete già. Aveva passato anni a costruire una cosa che tutti dicevano inutile: un archivio gigantesco di immagini etichettate a mano. Lo chiamò ImageNet. E ci mise su una gara.
Per due anni non successe niente. Poi, alla terza edizione, arrivò una squadra dall'Università di Toronto. Un professore ostinato di nome Geoffrey Hinton, e due suoi allievi — Alex Krizhevsky e Ilya Sutskever. Portarono una cosa che tutti credevano morta da trent'anni: una rete neurale. La chiamarono AlexNet.
E per addestrarla — ascoltate bene — non usarono supercomputer da milioni di dollari.
Usarono due delle mie schede grafiche. Due schede da videogioco. Comprate al negozio. Poche centinaia di dollari l'una. Quelle stesse schede che io avevo passato vent'anni a costruire per i ragazzini che facevano esplodere gli zombie.
E stracciarono tutti. Fecero fare alla visione artificiale un salto che nessuno aveva mai visto.
Capite cosa era successo? Erano serviti in tre. I dati di Fei-Fei. Le reti di Hinton. E le mie schede. Nessuno di noi, da solo, avrebbe potuto farlo. Fei-Fei senza il calcolo, niente. Hinton senza i dati, niente. E le mie schede, senza qualcuno che sognasse di usarle per pensare invece che per giocare — sarebbero rimaste dei giocattoli.
Io avevo passato vent'anni a costruire, senza saperlo, il cervello dell'intelligenza artificiale. Credevo di fabbricare giocattoli per videogiocatori. Stavo fabbricando il motore di una rivoluzione.
Non è genio. È una costellazione. Sono tante persone lontane, ognuna che insegue la sua stella, e a un certo punto — visti da abbastanza distanza — formano una figura sola.
Nel 2013 riunii il consiglio d'amministrazione e dissi tre parole: "Dobbiamo puntare tutto." Riorganizzai l'intera azienda intorno all'intelligenza artificiale. Ogni persona migliore, spostata su quello. Era la nostra priorità assoluta.
E quei tre ragazzi di Toronto? Hinton e Fei-Fei andarono a Google. Ilya Sutskever fondò una piccola startup di cui forse avete sentito parlare. Si chiama OpenAI.
Passarono dieci anni. Dieci anni in cui costruimmo, e costruimmo, e aspettammo, mentre quasi nessuno capiva cosa stessimo facendo.
Poi, alla fine del 2022, uscì ChatGPT. E in due mesi raggiunse cento milioni di persone. La crescita più rapida di qualunque cosa nella storia. E di colpo il mondo intero volle l'intelligenza artificiale. Tutti insieme. Nello stesso istante.
Le mie schede diventarono l'oro più conteso del pianeta. Le comprava chiunque sognasse di costruire una mente artificiale — perfino un uomo che fabbricava razzi e automobili, che ne ordinò decine di migliaia in un colpo solo per la sua IA. Di lui sentirete l'ultima favola di questa collana: Elon Musk.
E c'era una sola azienda al mondo pronta a costruirne il motore. Una sola azienda che aveva speso dieci anni, e miliardi, e la propria reputazione, a prepararsi per un momento che ancora non esisteva.
Il 24 maggio 2023 annunciammo i nostri risultati. Avevamo superato le previsioni di Wall Street di quattro miliardi di dollari. Un analista che faceva quel mestiere da quindici anni scrisse una sola frase: "Non ho mai visto niente di simile." Intitolò il suo commento: Il Big Bang.
Il giorno dopo il valore dell'azienda salì di centottantaquattro miliardi di dollari in una sola giornata. Più del valore di Intel intera. E poco più di un anno dopo, Nvidia divenne l'azienda più preziosa del mondo.
Ora. Vi avevo chiesto di ricordare la lavagna.
Sapete cosa penso, quando la gente mi parla dei tremila miliardi? Penso che una lavagna è utile solo quanto la persona che impugna il pennarello. Può riflettere la genialità. Ma non può crearla.
E penso a una cosa che ripeto sempre ai miei: dentro Nvidia non si guarda mai indietro. Né agli errori, né ai successi. Ogni mattina la lavagna è di nuovo bianca. Il Big Bang di ieri è già cancellato. Perché il momento in cui ti innamori di quello che hai scritto — di quello che sei stato — è il momento in cui cominci a morire.
Volete sapere cosa sto scrivendo, adesso, sulla lavagna bianca? Un ragazzo, a una conferenza, mi ha chiesto: "Signor Huang, cosa viene dopo l'intelligenza artificiale?" E io ho risposto senza esitare: la biologia digitale.
Per la prima volta nella storia, possiamo mettere le mani sulla vita come si mette mano a un chip. Progettare proteine che in natura non esistono. Costruire farmaci nuovi. Leggere il linguaggio segreto delle cellule. Le stesse macchine che hanno imparato a vedere un gatto, un giorno impareranno a guarire. Quella è la prossima cosa che voglio pulire dalla lavagna di ieri per fare spazio a domani.
Io lo so, quello che sono. Non sono l'uomo più intelligente. Ci sono persone più intelligenti di me — ne ho assunte a migliaia, apposta. Il mio direttore finanziario mi batteva a scacchi ogni volta, e io mi rifiutavo di accettarlo. La verità è un'altra: nessuno lavora quanto me.
E c'è una frase che ripeto ai miei quando le cose si fanno dure, quando qualcuno è a terra: "Se falliamo, non deve succedere perché qualcuno non è stato aiutato. Qui si lavora insieme. Nessuno fallisce da solo."
Ripenso spesso a quel bambino di nove anni, con lo spazzolone in mano, in un dormitorio del Kentucky, in un Paese di cui non parlava la lingua, mandato lì per sbaglio da genitori che avevano venduto tutto sognando per lui qualcosa di meglio.
Se glielo aveste detto, a quel bambino — che un giorno avrebbe costruito il cervello delle macchine pensanti — vi avrebbe guardato senza capire. Doveva finire di pulire il piano.
Ma è proprio per quel piano da pulire, per quei pugni presi, per quel compagno di stanza tatuato a cui insegnai a leggere, per quei milkshake che odiavo, per quei quindici milioni bruciati, per quell'ottanta per cento perso in Borsa — è per tutto quello che sono ancora qui.
Perché l'intelligenza artificiale che state vedendo nascere non è fatta di silicio. È fatta di persone. Di una madre che sceglie dieci parole a caso dal dizionario. Di una ragazza che etichetta milioni di immagini. Di un professore ostinato che non molla le sue reti per trent'anni. Di chi ha continuato a credere in una lavagna bianca quando tutti gli dicevano di cancellarla.
Non doveva essere così dura. Ma lo è stata. E lo sarà sempre.
Perciò, ai ragazzi che mi ascoltano nelle scuole, dico l'unica cosa vera che conosco.
Il segreto non è l'intelligenza. Non è la fortuna. È il carattere. È pura, semplice volontà.
E se vi va bene — se davvero mi state a cuore —
vi auguro lacrime e sangue a volontà.
Fonte: Tae Kim, «Nvidia e il genio di Jensen Huang» (The Nvidia Way).