La previdenza italiana: pensioni e generazioni · Giorno 4 di 10 · Fondamenti
Retributivo contro contributivo, con i conti in mano: montante, rivalutazione, coefficienti e tassi di sostituzione
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Obiettivo di oggi. Saper calcolare, in modo semplificato ma corretto, una pensione contributiva e confrontarla con una retributiva. Capire i tre ingranaggi del contributivo (aliquota di computo, tasso di capitalizzazione, coefficiente di trasformazione), le soglie di importo e perché lavoro povero e discontinuo si trasformano direttamente in pensione povera.
Fonti: L. 335/1995 art. 1; DL 201/2011 art. 24; L. 213/2023; RGS Rapporto n. 26 (2025) cap. 6; slide SLC 'il sistema di calcolo'
1. Il retributivo in una riga
Pensione = anni di contributi × 2% × stipendio medio degli ultimi anni (con un tetto all'80%).
Esempio: un impiegato con 40 anni di lavoro che negli ultimi anni guadagnava 30.000 euro lordi riceve circa 40 × 2% × 30.000 = 24.000 euro l'anno, l'80% dell'ultimo stipendio. Non importa se nei primi vent'anni guadagnava molto meno e se l'aliquota era al 20%: conta la fine della carriera. È il meccanismo che premiava le carriere in salita e gli scatti finali.
2. Il contributivo in tre ingranaggi
La legge 335/1995 (art. 1, commi 6-9) definisce la formula:
Pensione annua = montante contributivo × coefficiente di trasformazione
- Aliquota di computo. Ogni anno si accredita sul tuo conto virtuale il 33% della retribuzione imponibile (per i dipendenti). Per gli artigiani e i commercianti l'aliquota è intorno al 24%, per la gestione separata dipende dalla posizione: per questo, a parità di reddito, gli autonomi avranno pensioni più basse.
- Tasso di capitalizzazione. Il montante viene rivalutato ogni anno in base alla media quinquennale della crescita del PIL nominale (comma 9). Se l'economia cresce, il tuo conto cresce; se l'economia ristagna, come in Italia negli ultimi quindici anni, il conto cresce poco. Non è un investimento di borsa: è agganciato all'andamento del Paese.
- Coefficiente di trasformazione. È la percentuale del montante che diventa pensione annua. Dipende dall'età in cui esci: più tardi esci, più anni di pensione in meno ti aspettano e più alto è il coefficiente. Viene aggiornato ogni due anni in base alla speranza di vita. Per il biennio 2025-2026, a 67 anni il coefficiente è 5,608% (decreto del 22 novembre 2024): ogni 100.000 euro di montante danno 5.608 euro l'anno di pensione.
Il coefficiente scende. Ogni volta che la speranza di vita sale, il coefficiente viene ridotto: con lo stesso montante, la pensione di chi esce più tardi negli anni futuri sarà più bassa. È il secondo meccanismo automatico, dopo l'aumento dell'età, che scarica l'invecchiamento sulle generazioni giovani.
3. Tre carriere, tre pensioni
Facciamo un conto semplificato, a prezzi di oggi: supponiamo che la rivalutazione del montante sia pari alla crescita dello stipendio, che lo stipendio resti costante in termini reali e che si esca a 67 anni con il coefficiente di oggi (5,608%). La pensione è su 13 mensilità, lorda.
| Carriera | RAL | Anni di contributi | Montante | Pensione annua | Al mese (×13) | % dello stipendio |
| A. Posto stabile dai 25 ai 67 anni | 25.000 | 42 | 346.500 | 19.432 | 1.495 | 77,7% |
| B. Stesso stipendio, 12 anni di buchi | 25.000 | 30 | 247.500 | 13.880 | 1.068 | 55,5% |
| C. Part-time e lavori a termine, 12 anni di buchi | 15.000 | 30 | 148.500 | 8.328 | 641 | 55,5% |
Tre lezioni da questa tabella:
- Il contributivo, con una carriera lunga e continua, non è una catastrofe (caso A). Il problema non è il metodo in sé.
- Ogni anno di buco pesa per sempre: 12 anni vuoti tolgono quasi un terzo della pensione (caso B).
- Stipendio basso più buchi (caso C) portano a una pensione di poco sopra l'assegno sociale (546,24 euro al mese nel 2026). E nel contributivo non c'è l'integrazione al minimo (L. 335/1995, art. 1, c. 16): nessuno la alza d'ufficio.
Semplificazioni: nella realtà lo stipendio cambia nel tempo, la rivalutazione può essere inferiore alla crescita dei salari, il coefficiente nel 2060 sarà più basso di quello di oggi e si pagano le tasse sulla pensione. L'ordine di grandezza però è corretto e coerente con le proiezioni RGS.
4. Le soglie: quando puoi uscire dipende da quanto hai
Per chi è nel contributivo puro le regole di uscita dipendono anche dall'importo della pensione maturata (DL 201/2011, art. 24, testo vigente):
| Canale | Età | Contributi | Condizione di importo |
| Vecchiaia | 67 anni (67 e 3 mesi dal 2028) | 20 anni | Pensione almeno pari all'assegno sociale (546,24 euro al mese nel 2026) |
| Vecchiaia «tardiva» | 71 anni (adeguati alla speranza di vita) | 5 anni effettivi | Nessuna |
| Anticipata contributiva | 64 anni | 20 anni | Almeno 3 volte l'assegno sociale (1.638,72 euro nel 2026); 2,8 volte per le donne con un figlio, 2,6 con due o più |
| Anticipata ordinaria | Qualunque | 42 anni e 10 mesi (41 e 10 le donne) | Nessuna |
Una regola che premia chi ha già di più. Per uscire a 64 anni serve una pensione di oltre 1.600 euro lordi al mese: nel caso A della tabella (1.495 euro) non basta nemmeno una carriera stabile di 42 anni a 25.000 euro. Chi ha stipendi bassi o buchi resta al lavoro fino a 67 anni o oltre. Chi guadagna di più può uscire prima. La RGS stessa nota che per i lavoratori autonomi questa possibilità è poco probabile.
5. Il tasso di sostituzione: la misura che conta
Il tasso di sostituzione è il rapporto tra la prima pensione e l'ultimo stipendio. Ti dice di quanto cala il tuo tenore di vita il giorno in cui smetti di lavorare. Secondo la Ragioneria Generale dello Stato (Rapporto n. 26/2025, cap. 6), per un dipendente privato con carriera regolare il tasso lordo passa dal 73,6% del 2010 al 58,4% del 2070; per un autonomo dal 72,1% al 46,7%. Sono stime con carriere continue: con buchi e salari bassi i valori scendono.
C'è poi un effetto meno visibile: dopo il pensionamento la pensione viene rivalutata ogni anno con l'inflazione solo in parte per gli importi più alti. Chi vive 20-25 anni da pensionato vede il valore reale eroso nel tempo.
6. «Il contributivo è più giusto»: vero o falso?
In parte vero: ognuno riceve in proporzione a quanto ha versato, e non ci sono più regali alle carriere con scatto finale. Ma il contributivo è giusto solo se è giusto il lavoro. Trasferisce nella pensione, senza correzioni, tutte le disuguaglianze della vita lavorativa: salari bassi, precarietà, part-time involontario, interruzioni per cura. Un sistema contributivo senza una pensione di garanzia per chi ha avuto carriere povere (se ne parla nella lezione 9) produce pensionati poveri per legge.
Tre concetti da portare via.
1. Contributivo = montante (33% di ogni stipendio, rivalutato con il PIL) × coefficiente legato all'età (5,608% a 67 anni oggi).
2. Ogni anno di buco e ogni euro di salario in meno si trasformano, per sempre, in pensione più bassa: non c'è integrazione al minimo.
3. Le soglie di importo fanno uscire prima chi guadagna di più: per l'anticipata a 64 anni servono oltre 1.600 euro di pensione.
Fonti verificate il 29/09/2026: L. 335/1995 art. 1 commi 6, 8, 9, 11, 16, 19; DL 201/2011 art. 24 commi 7 e 11 (testo vigente dopo L. 199/2025); coefficienti 2025-2026 (DM 22/11/2024, 67 anni = 5,608%); assegno sociale 2026 546,24 euro (circolare INPS 153/2025); RGS Rapporto n. 26/2025 cap. 6. Il calcolo della tabella è una semplificazione didattica di Bogdanov, non una proiezione ufficiale.