La previdenza italiana: pensioni e generazioni · Giorno 1 di 10 · Perché questo corso

Il patto rotto tra generazioni: perché chi comincia a lavorare oggi avrà pensioni più basse, più tardi, pagando di più

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Obiettivo di oggi. Mettere in fila, con i numeri, le ragioni per cui la pensione di chi ha oggi vent'anni sarà diversa da quella dei genitori e dei nonni: requisiti di uscita, metodo di calcolo, aliquote, lavoro pubblico tagliato, salari fermi, precarietà, divario tra donne e uomini, servizi che mancano. È la motivazione di tutto il corso: nelle lezioni successive ogni punto viene smontato e spiegato.
Fonti: DPR 1092/1973; Itinerari Previdenziali XIII Rapporto (aliquote dal 1960, requisiti di uscita); EURES-CNG 2023 su dati INPS (nati 1945 vs 1980); ILO Rapporto salari 2024-25; ISTAT Istituzioni pubbliche 2024; CIV-INPS 2025 (divario pensioni donne); CNEL 2025 (nidi)

1. Da dove partiamo

Quando si parla di pensioni ai ragazzi, di solito si sentono due frasi: «la pensione non la vedrete mai» oppure «siamo un Paese vecchio, non ci sono soldi». Tutte e due sono sbagliate, e tutte e due fanno male, perché trasformano delle scelte politiche in una fatalità. La pensione la vedrete. Ma, se nulla cambia, arriverà più tardi, sarà più bassa rispetto allo stipendio e sarà costata di più in contributi.

Non è colpa dei nonni come persone: è l'esito di regole che per decenni hanno concesso molto a chi era dentro il sistema e hanno scaricato il conto su chi sarebbe arrivato dopo. A questo si sono sommati, dagli anni Novanta in poi, un mercato del lavoro sempre più frammentato, salari che non hanno tenuto il passo dei prezzi e servizi pubblici tagliati. Questa lezione mette in fila i numeri. Il resto del corso li spiega uno per uno.

2. Primo squilibrio: si usciva molto prima

Fino alla metà degli anni Novanta le regole per andare in pensione erano, per alcune categorie, sorprendentemente generose. Il testo unico delle pensioni statali (DPR 1092/1973, art. 42) riconosceva la pensione al dipendente civile dello Stato che lasciava il servizio con venti anni di servizio effettivo, che per arrotondamento diventavano 19 anni, 6 mesi e 1 giorno. Per le lavoratrici statali sposate o con figli la soglia scendeva a 14 anni, 6 mesi e 1 giorno. Per i dipendenti degli enti locali e della sanità servivano 25 anni.

Esempio vero, non teorico. Il Rapporto di Itinerari Previdenziali (XIII, 2026) ricorda che, contando riscatti di laurea e maternità, una laureata statale con due figli poteva lavorare anche solo 8 anni e poi incassare la pensione a vita. Sono le cosiddette baby pensioni, alcune ancora oggi in pagamento dopo oltre quarant'anni.

Nel settore privato la pensione di anzianità si prendeva con 35 anni di contributi, a qualunque età. Chi aveva cominciato a 15 anni poteva smettere a 50.

ChiPrima del 1995Oggi (2026)
Statali19 anni 6 mesi 1 giorno di servizio (14a6m1g donne sposate o con figli)Vecchiaia: 67 anni con almeno 20 di contributi
Anticipata: 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 le donne), a qualunque età
Enti locali, sanità25 anni di servizio
Dipendenti privati35 anni di contributi, a qualunque età
Dal 2027-2028+1 mese nel 2027 e +3 mesi dal 2028 per l'aumento della speranza di vita (L. 199/2025, commi 185 e seguenti): la vecchiaia sale a 67 anni e 3 mesi

E per chi comincia adesso? Una simulazione dell'INPS del 2015, ripresa dal rapporto EURES per il Consiglio Nazionale dei Giovani (2023), ha confrontato i lavoratori dipendenti nati nel 1945 con quelli nati nel 1980: i nati nel 1980 andranno in pensione in media 5 anni dopo, e uno su due solo a 70 anni. Nello stesso periodo la speranza di vita a 65 anni è cresciuta di 2,5 anni: si lavora più a lungo di quanto si viva in più.

3. Secondo squilibrio: assegni calcolati sullo stipendio, non sui contributi

Per decenni la pensione si è calcolata con il metodo retributivo: una percentuale dell'ultimo stipendio (o della media degli ultimi anni), circa il 2% per ogni anno di lavoro. Con 40 anni si arrivava all'80% dello stipendio finale. Per gli statali il DPR 1092/1973 dava il 35% dopo 15 anni, più 1,8 punti per ogni anno successivo, fino all'80%. Conta un punto: l'assegno non dipendeva da quanto si era versato. Se la carriera finiva con un salto di stipendio, la pensione lo seguiva.

Chi ha cominciato a lavorare dal 1996 ha solo il metodo contributivo (legge Dini, L. 335/1995): la pensione è la somma di ciò che hai versato, rivalutata, trasformata in rendita in base all'età. Non c'è più un'«integrazione al minimo» che alzi gli assegni troppo bassi. È un sistema più «giusto» sulla carta, perché ognuno riceve in proporzione a quanto ha dato. Ma se la carriera è povera e piena di buchi, anche la pensione lo sarà.

IndicatoreIeriDomaniFonte
Pensione in % dell'ultimo stipendio, dipendente privato73,6% (2010)58,4% (2070)RGS, Rapporto n. 26/2025
Idem, lavoratore autonomo72,1% (2010)46,7% (2070)RGS, Rapporto n. 26/2025
Pensione di vecchiaia dei nati nel 1980 rispetto ai nati nel 1945 (a parità di potere d'acquisto)10075EURES-CNG 2023 su dati INPS

Attenzione: le stime RGS ipotizzano carriere lunghe e continue. Per chi ha buchi contributivi (lezione 7) il calo è più forte.

4. Terzo squilibrio: si versava molto meno

Nel 1960 l'aliquota del Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti (FPLD) era il 14,41% della retribuzione, di cui solo il 4,75% a carico del lavoratore. Oggi è il 33%: 23,81% a carico dell'azienda e 9,19% a carico del lavoratore. Le tappe: 32% nel 1996 con la legge Dini, 32,7% nei primi anni Duemila, 33% dal 2007 (fonte: Itinerari Previdenziali, tabelle A.6 e A.7).

Come leggerlo bene. Il punto non è solo che «loro versavano poco». Il punto è che con il retributivo l'aliquota non determinava l'assegno: si versava il 14-24% e si riceveva una pensione come se si fosse versato molto di più. Quella differenza è diventata debito pensionistico, e la pagano i contributi di chi lavora oggi. I giovani versano il 33% per pagare le pensioni in corso e riceveranno una pensione calcolata solo sul proprio 33%. È il senso della frase «le nuove generazioni pagano due volte».

5. Quarto squilibrio: il lavoro pubblico tagliato

Un posto pubblico stabile voleva dire stipendio regolare, contributi pieni, carriera continua: la condizione ideale per una buona pensione contributiva. Dal 2008 il blocco del turnover (DL 112/2008 e norme successive) ha permesso di sostituire solo una parte di chi andava in pensione.

Effetto sul sistema: la gestione dei dipendenti pubblici oggi ha 1,05 lavoratori attivi per ogni pensionato e nel 2024 ha chiuso con un disavanzo di 46,4 miliardi. Lo stesso rapporto di Itinerari attribuisce il peggioramento dopo il 2008 al «calo delle assunzioni, in alcuni anni totalmente bloccate» e all'accelerazione dei pensionamenti. Meno assunti vuol dire meno contributi in entrata e più «buco» da coprire con le tasse.

5-bis. Salari fermi mentre i prezzi correvano

Con il contributivo la pensione è lo specchio dello stipendio. E lo stipendio italiano è fermo. Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO, Rapporto mondiale sui salari 2024-25) i salari reali italiani nel 2024 erano ancora l'8,7% sotto il 2008: il peggior risultato del G20. Nel 2022 e 2023 l'inflazione se n'è mangiati 3,3 e 3,2 punti; il +2,3% del 2024 non ha recuperato.

Per i giovani va peggio: nel 2021 il 26,9% dei lavoratori dipendenti privati sotto i 35 anni ha guadagnato meno di 5.000 euro lordi in un anno (EURES-CNG su dati INPS). Chi versa il 33% di poco accumula poco.

6. Quinto squilibrio: lavori a pezzi, contributi a pezzi

Dal pacchetto Treu (1997) al Jobs Act (2015) le forme di lavoro temporaneo, a chiamata, parasubordinato e a partita IVA si sono moltiplicate. Il risultato si vede negli estratti conto. Tra chi è entrato nel mondo del lavoro tra il 1996 e il 1998, dopo vent'anni:

La precarietà fa danni tre volte: rende più deboli nel chiedere salario (chi ha un contratto in scadenza non tratta), abbassa gli stipendi e lascia periodi vuoti senza contributi. E c'è un paradosso: la gestione separata dei parasubordinati ha 2,78 lavoratori per ogni pensionato e un attivo di 9,9 miliardi nel 2024 (Itinerari). I precari di oggi sostengono le pensioni di altri e avranno assegni bassissimi.

7. Sesto squilibrio: le donne pagano il conto più alto

Tutto quello che abbiamo detto pesa di più sulle donne: più part-time, spesso involontario, carriere interrotte per maternità e cura, stipendi più bassi a parità di ruolo. Nel 2025 la pensione previdenziale media delle donne era di 1.491,7 euro lordi al mese, contro 2.260,6 degli uomini: il 34% in meno (Rendiconto sociale CIV-INPS). Tra le giovani lavoratrici under 35 una su tre (32,3%) guadagna meno di 5.000 euro l'anno, contro il 22,8% dei coetanei maschi (EURES-CNG).

8. Settimo squilibrio: servizi che mancano, cura che torna in casa

Quando mancano nidi, assistenza domiciliare e servizi per gli anziani, la cura ricade sulla famiglia, e quasi sempre su una donna. Secondo il CNEL (Relazione sui servizi pubblici 2025, dati 2022) i nidi comunali accolgono appena il 17,6% dei bambini sotto i tre anni (7,3% al Sud). Il Comune spende in media 8.088 euro per ogni bambino accolto; alle famiglie la retta media comunale costa circa 300 euro al mese (Cittadinanzattiva, 303 euro per una famiglia tipo con ISEE 19.900 euro).

Il conto del secondo stipendio. Se il posto al nido pubblico non c'è, bisogna pagare un nido privato o una baby-sitter, più i trasporti e i costi del lavorare. Per un part-time a basso salario può succedere che quasi tutto lo stipendio se ne vada in costi: la famiglia «conviene» che uno dei due resti a casa. Ma quegli anni a casa sono anni senza contributi: il risparmio di oggi diventa una pensione più povera domani. Attenzione però: non è una regola valida per tutti. Dipende dal reddito, dal Comune, dal posto al nido. Nella lezione 8 lo mostreremo con un esempio numerico.

9. Cosa NON dire (per non perdere credibilità)

Tre concetti da portare via.
1. Chi ci ha preceduto usciva prima (fino a 19 anni e mezzo nel pubblico), con assegni legati allo stipendio e versando molto meno (14% contro 33%).
2. Per chi comincia oggi la pensione è lo specchio della carriera: salari fermi, precarietà, buchi e tagli al lavoro pubblico la rendono più bassa.
3. Donne e servizi sono il punto in cui tutto si somma: meno servizi vuol dire più cura in casa, meno contributi, pensioni più povere.

Fonti verificate il 29/09/2026: DPR 1092/1973 art. 42 (Normattiva, testo vigente); Itinerari Previdenziali, XIII Rapporto 2026 (tab. 1.2, 2.12, 2.18, A.6, A.7 e cap. 5); RGS Rapporto n. 26/2025 cap. 6; EURES-CNG, «Situazione contributiva e futuro pensionistico dei giovani», 2023; ILO, Rapporto mondiale sui salari 2024-25, nota Italia; ISTAT, Rapporto sulle istituzioni pubbliche 2024; Osservatorio CPI; CIV-INPS, Rendiconto sociale (via Sky TG24 25/06/2026); CNEL, Relazione servizi pubblici 2025; Cittadinanzattiva, Osservatorio prezzi e tariffe; L. 199/2025 commi 185 e seguenti.

Domande guida per approfondire

Prova a rispondere a voce in 60-90 secondi, poi controlla i punti chiave. Sono le domande su cui misuri se hai capito davvero.

D1. Perché la frase «la pensione non la vedrete mai» è sbagliata?
  • In un sistema a ripartizione le pensioni sono garantite dallo Stato
  • Il problema è che arriverà più tardi e più bassa, non che non arriverà
  • Presentarla come fatalità nasconde che si tratta di scelte politiche
D2. Che differenza c'è tra retributivo e contributivo, in due frasi?
  • Retributivo: percentuale dell'ultimo stipendio (circa 2% per anno), svincolata dai contributi
  • Contributivo: la pensione è la somma di ciò che hai versato, rivalutata e trasformata in rendita
  • Dal 1996 i nuovi assunti hanno solo il contributivo
D3. Cosa vuol dire che i giovani «pagano due volte»?
  • Il loro 33% paga le pensioni in corso (ripartizione)
  • Le pensioni in corso sono in buona parte calcolate col retributivo, più generoso di quanto versato
  • La loro pensione sarà calcolata solo sui propri contributi
D4. Come si collegano servizi pubblici, lavoro delle donne e pensioni?
  • Pochi nidi (17,6% di copertura comunale) spostano la cura in famiglia
  • Il secondo stipendio, spesso femminile, può non coprire i costi e si lascia il lavoro
  • Anni senza lavoro = anni senza contributi = pensione più povera (−34% medio per le donne)

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