Quando si parla di pensioni ai ragazzi, di solito si sentono due frasi: «la pensione non la vedrete mai» oppure «siamo un Paese vecchio, non ci sono soldi». Tutte e due sono sbagliate, e tutte e due fanno male, perché trasformano delle scelte politiche in una fatalità. La pensione la vedrete. Ma, se nulla cambia, arriverà più tardi, sarà più bassa rispetto allo stipendio e sarà costata di più in contributi.
Non è colpa dei nonni come persone: è l'esito di regole che per decenni hanno concesso molto a chi era dentro il sistema e hanno scaricato il conto su chi sarebbe arrivato dopo. A questo si sono sommati, dagli anni Novanta in poi, un mercato del lavoro sempre più frammentato, salari che non hanno tenuto il passo dei prezzi e servizi pubblici tagliati. Questa lezione mette in fila i numeri. Il resto del corso li spiega uno per uno.
Fino alla metà degli anni Novanta le regole per andare in pensione erano, per alcune categorie, sorprendentemente generose. Il testo unico delle pensioni statali (DPR 1092/1973, art. 42) riconosceva la pensione al dipendente civile dello Stato che lasciava il servizio con venti anni di servizio effettivo, che per arrotondamento diventavano 19 anni, 6 mesi e 1 giorno. Per le lavoratrici statali sposate o con figli la soglia scendeva a 14 anni, 6 mesi e 1 giorno. Per i dipendenti degli enti locali e della sanità servivano 25 anni.
Nel settore privato la pensione di anzianità si prendeva con 35 anni di contributi, a qualunque età. Chi aveva cominciato a 15 anni poteva smettere a 50.
| Chi | Prima del 1995 | Oggi (2026) |
|---|---|---|
| Statali | 19 anni 6 mesi 1 giorno di servizio (14a6m1g donne sposate o con figli) | Vecchiaia: 67 anni con almeno 20 di contributi Anticipata: 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 le donne), a qualunque età |
| Enti locali, sanità | 25 anni di servizio | |
| Dipendenti privati | 35 anni di contributi, a qualunque età | |
| Dal 2027-2028 | +1 mese nel 2027 e +3 mesi dal 2028 per l'aumento della speranza di vita (L. 199/2025, commi 185 e seguenti): la vecchiaia sale a 67 anni e 3 mesi | |
E per chi comincia adesso? Una simulazione dell'INPS del 2015, ripresa dal rapporto EURES per il Consiglio Nazionale dei Giovani (2023), ha confrontato i lavoratori dipendenti nati nel 1945 con quelli nati nel 1980: i nati nel 1980 andranno in pensione in media 5 anni dopo, e uno su due solo a 70 anni. Nello stesso periodo la speranza di vita a 65 anni è cresciuta di 2,5 anni: si lavora più a lungo di quanto si viva in più.
Per decenni la pensione si è calcolata con il metodo retributivo: una percentuale dell'ultimo stipendio (o della media degli ultimi anni), circa il 2% per ogni anno di lavoro. Con 40 anni si arrivava all'80% dello stipendio finale. Per gli statali il DPR 1092/1973 dava il 35% dopo 15 anni, più 1,8 punti per ogni anno successivo, fino all'80%. Conta un punto: l'assegno non dipendeva da quanto si era versato. Se la carriera finiva con un salto di stipendio, la pensione lo seguiva.
Chi ha cominciato a lavorare dal 1996 ha solo il metodo contributivo (legge Dini, L. 335/1995): la pensione è la somma di ciò che hai versato, rivalutata, trasformata in rendita in base all'età. Non c'è più un'«integrazione al minimo» che alzi gli assegni troppo bassi. È un sistema più «giusto» sulla carta, perché ognuno riceve in proporzione a quanto ha dato. Ma se la carriera è povera e piena di buchi, anche la pensione lo sarà.
| Indicatore | Ieri | Domani | Fonte |
|---|---|---|---|
| Pensione in % dell'ultimo stipendio, dipendente privato | 73,6% (2010) | 58,4% (2070) | RGS, Rapporto n. 26/2025 |
| Idem, lavoratore autonomo | 72,1% (2010) | 46,7% (2070) | RGS, Rapporto n. 26/2025 |
| Pensione di vecchiaia dei nati nel 1980 rispetto ai nati nel 1945 (a parità di potere d'acquisto) | 100 | 75 | EURES-CNG 2023 su dati INPS |
Nel 1960 l'aliquota del Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti (FPLD) era il 14,41% della retribuzione, di cui solo il 4,75% a carico del lavoratore. Oggi è il 33%: 23,81% a carico dell'azienda e 9,19% a carico del lavoratore. Le tappe: 32% nel 1996 con la legge Dini, 32,7% nei primi anni Duemila, 33% dal 2007 (fonte: Itinerari Previdenziali, tabelle A.6 e A.7).
Un posto pubblico stabile voleva dire stipendio regolare, contributi pieni, carriera continua: la condizione ideale per una buona pensione contributiva. Dal 2008 il blocco del turnover (DL 112/2008 e norme successive) ha permesso di sostituire solo una parte di chi andava in pensione.
Effetto sul sistema: la gestione dei dipendenti pubblici oggi ha 1,05 lavoratori attivi per ogni pensionato e nel 2024 ha chiuso con un disavanzo di 46,4 miliardi. Lo stesso rapporto di Itinerari attribuisce il peggioramento dopo il 2008 al «calo delle assunzioni, in alcuni anni totalmente bloccate» e all'accelerazione dei pensionamenti. Meno assunti vuol dire meno contributi in entrata e più «buco» da coprire con le tasse.
Con il contributivo la pensione è lo specchio dello stipendio. E lo stipendio italiano è fermo. Secondo l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO, Rapporto mondiale sui salari 2024-25) i salari reali italiani nel 2024 erano ancora l'8,7% sotto il 2008: il peggior risultato del G20. Nel 2022 e 2023 l'inflazione se n'è mangiati 3,3 e 3,2 punti; il +2,3% del 2024 non ha recuperato.
Per i giovani va peggio: nel 2021 il 26,9% dei lavoratori dipendenti privati sotto i 35 anni ha guadagnato meno di 5.000 euro lordi in un anno (EURES-CNG su dati INPS). Chi versa il 33% di poco accumula poco.
Dal pacchetto Treu (1997) al Jobs Act (2015) le forme di lavoro temporaneo, a chiamata, parasubordinato e a partita IVA si sono moltiplicate. Il risultato si vede negli estratti conto. Tra chi è entrato nel mondo del lavoro tra il 1996 e il 1998, dopo vent'anni:
La precarietà fa danni tre volte: rende più deboli nel chiedere salario (chi ha un contratto in scadenza non tratta), abbassa gli stipendi e lascia periodi vuoti senza contributi. E c'è un paradosso: la gestione separata dei parasubordinati ha 2,78 lavoratori per ogni pensionato e un attivo di 9,9 miliardi nel 2024 (Itinerari). I precari di oggi sostengono le pensioni di altri e avranno assegni bassissimi.
Tutto quello che abbiamo detto pesa di più sulle donne: più part-time, spesso involontario, carriere interrotte per maternità e cura, stipendi più bassi a parità di ruolo. Nel 2025 la pensione previdenziale media delle donne era di 1.491,7 euro lordi al mese, contro 2.260,6 degli uomini: il 34% in meno (Rendiconto sociale CIV-INPS). Tra le giovani lavoratrici under 35 una su tre (32,3%) guadagna meno di 5.000 euro l'anno, contro il 22,8% dei coetanei maschi (EURES-CNG).
Quando mancano nidi, assistenza domiciliare e servizi per gli anziani, la cura ricade sulla famiglia, e quasi sempre su una donna. Secondo il CNEL (Relazione sui servizi pubblici 2025, dati 2022) i nidi comunali accolgono appena il 17,6% dei bambini sotto i tre anni (7,3% al Sud). Il Comune spende in media 8.088 euro per ogni bambino accolto; alle famiglie la retta media comunale costa circa 300 euro al mese (Cittadinanzattiva, 303 euro per una famiglia tipo con ISEE 19.900 euro).
Fonti verificate il 29/09/2026: DPR 1092/1973 art. 42 (Normattiva, testo vigente); Itinerari Previdenziali, XIII Rapporto 2026 (tab. 1.2, 2.12, 2.18, A.6, A.7 e cap. 5); RGS Rapporto n. 26/2025 cap. 6; EURES-CNG, «Situazione contributiva e futuro pensionistico dei giovani», 2023; ILO, Rapporto mondiale sui salari 2024-25, nota Italia; ISTAT, Rapporto sulle istituzioni pubbliche 2024; Osservatorio CPI; CIV-INPS, Rendiconto sociale (via Sky TG24 25/06/2026); CNEL, Relazione servizi pubblici 2025; Cittadinanzattiva, Osservatorio prezzi e tariffe; L. 199/2025 commi 185 e seguenti.
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