Quando si dice «il debito è al 136,7%» si parla di una frazione: in alto il debito (3.096 miliardi), in basso il PIL (2.265 miliardi). Una frazione si abbassa in due modi:
Le due strade non sono indipendenti. Ed è qui che si gioca il grande scontro di politica economica degli ultimi quindici anni.
Ogni anno il rapporto debito/PIL cambia secondo una regola semplice (approssimata):
Il pezzo decisivo è (i − g). Se il costo del debito supera la crescita, il debito si gonfia da solo, anche senza spendere un euro in più: è la palla di neve. Se la crescita supera il costo, il debito si sgonfia da solo, anche con qualche deficit.

Il grafico racconta la storia d'Italia in una riga:
Dibattito L'idea dell'austerità è: tagliare spesa e alzare tasse per fare avanzi primari più grandi, ridurre il debito, rassicurare i mercati, far scendere i tassi. Qualche economista (Alberto Alesina e Silvia Ardagna, 2010) ha sostenuto che i tagli di spesa possano perfino essere espansivi, perché aumentano la fiducia di famiglie e imprese.
Il problema è il moltiplicatore: di quanto cala il PIL per ogni euro di spesa tagliata? Se il moltiplicatore è basso (0,5), tagliare 1 euro fa perdere 50 centesimi di PIL e il rapporto scende. Se è alto (oltre 1), tagliare 1 euro fa perdere più di 1 euro di PIL: il denominatore crolla più del numeratore, e il rapporto sale.
I risultati erano coerenti con moltiplicatori molto più alti di quelli usati nelle previsioni, soprattutto nella prima fase della crisi: lo studio non misura «il» moltiplicatore in generale, ma mostra che le previsioni lo avevano sottostimato.
Il caso italiano 2011-2014. Avanzi primari tra l'1% e il 2% del PIL, manovre pesanti (Salva Italia, dicembre 2011). Il PIL reale cala del 3,1% nel 2012 e dell'1,8% nel 2013. Il debito/PIL sale dal 119,1% del 2011 al 134,8% del 2014. È l'esempio da manuale di una cura che, nel breve periodo, peggiora il rapporto che voleva curare.
L'alternativa è puntare sulla crescita: investimenti pubblici, sostegno alla domanda, salari, innovazione, anche a costo di un deficit temporaneo più alto. Funziona se:
Partiamo dalla situazione 2025: debito/PIL 136,7%, costo medio del debito circa 3%, crescita nominale circa 2,5%, avanzo primario 0,8%. Esempio puramente meccanico, non una previsione: ipotesi didattiche, effetti di un solo anno, nessuna reazione dei tassi:
| Scenario | Ipotesi | Variazione del debito/PIL |
|---|---|---|
| A. Nessun cambiamento | i = 3%, g = 2,5%, avanzo 0,8% | −0,1 punti (quasi stabile) |
| B. Austerità con moltiplicatore 1 | Avanzo +2 punti (2,8%), ma PIL nominale −2 punti (g = 0,5%) | +0,6 punti |
| B'. Austerità con moltiplicatore 0,5 | Avanzo 2,8%, PIL nominale −1 punto (g = 1,5%) | −0,8 punti |
| C. Investimento con moltiplicatore 1 | Avanzo −1 punto (−0,2%), PIL nominale +1 punto (g = 3,5%) | −0,5 punti |
La lezione non è «l'austerità non funziona mai» né «il deficit fa sempre bene». È che tutto dipende dal moltiplicatore, dal momento del ciclo e dalla reazione dei tassi. In recessione, con tassi sotto controllo, tagliare fa male anche ai conti; in piena crescita, con tassi alti, fare deficit può costare caro.
Nel 2010 Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff pubblicano uno studio («Growth in a Time of Debt») secondo cui, oltre il 90% di debito/PIL, la crescita crolla. Lo studio viene citato ovunque per giustificare l'austerità. Nel 2013 uno studente, Thomas Herndon, con Michael Ash e Robert Pollin, rifà i conti e scopre un errore nel foglio di calcolo e alcune esclusioni discutibili: corretti, i dati mostrano per i Paesi sopra il 90% una crescita media intorno al 2,2%, non negativa. Reinhart e Rogoff riconoscono l'errore di calcolo, pur difendendo l'idea che un debito alto si associ a crescita più bassa. Attenzione: la replica ha smontato la «soglia» oltre la quale la crescita crollerebbe, non ha dimostrato che un debito alto sia senza costi.
Lo Stato non rinnova tutto il debito ogni anno. I titoli hanno scadenze diverse: la vita media del debito italiano è intorno ai sette anni (MEF). Quando i tassi salgono, come nel 2022-2023, il costo medio sale lentamente, man mano che i vecchi titoli scadono. Per questo gli interessi sono passati da 3,4% del PIL nel 2021 a 4,1% nel 2022 (anche per i titoli indicizzati all'inflazione) e poi si sono stabilizzati intorno al 3,9%.
Fonti verificate il 02/10/2026: Osservatorio CPI, Serie storiche di finanza pubblica dal 1861 (i − g, crescita reale, debito/PIL, saldo primario, interessi); Eurostat gov_10dd_edpt1 (interessi 2021-2025); O. Blanchard e D. Leigh, «Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers», IMF Working Paper 13/1 (2013); C. Reinhart e K. Rogoff, «Growth in a Time of Debt», American Economic Review P&P (2010); T. Herndon, M. Ash, R. Pollin, PERI Working Paper 322 (2013); A. Alesina e S. Ardagna, «Large Changes in Fiscal Policy», NBER (2010). Simulazioni: ipotesi didattiche nostre.
Prova a rispondere a voce in 60-90 secondi, poi controlla i punti chiave. Sono le domande su cui misuri se hai capito davvero.