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Itinerari Previdenziali — XIII Rapporto, anno 2026

Il bilancio del sistema previdenziale italiano
Chi regge e chi non regge

Riassunto in italiano del XIII Rapporto del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali sul bilancio del sistema previdenziale italiano, con i dati di consuntivo 2024. La sostenibilità delle casse, il deficit dei dipendenti pubblici, il nodo tra previdenza e assistenza.

TitoloIl Bilancio del Sistema Previdenziale italiano
SottotitoloAndamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2024
EditoreCentro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali
EdizioneXIII Rapporto, anno 2026 — serie storica 1989-2024
A cura diGigi Bacchetta — ECCOCI!
Versione19 maggio 2026

Che cos’è il Rapporto

Il Rapporto di Itinerari Previdenziali è l’unico documento che mette in un solo quadro tutto il sistema previdenziale italiano e il suo finanziamento. Nasce per colmare il vuoto lasciato nel 2012 dalla soppressione del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale, e ricostruisce la banca dati pensionistica su 36 anni omogenei, dal 1989 al 2024. Viene trasmesso ogni anno al Ministro del Lavoro e alle Camere.

In Italia l’INPS gestisce circa il 96% di spesa ed entrate del sistema obbligatorio: nel tempo ha incorporato quasi tutte le gestioni (INPDAP per i pubblici, ENPALS per lo spettacolo, IPOST, FF.SS., INPGI per i giornalisti). La parte residua è delle Casse privatizzate dei liberi professionisti. La spesa sociale vale circa il 53% di tutta la spesa pubblica: l’Italia è terza in Europa per spesa sociale su PIL.

Il sistema pensionistico obbligatorio italiano funziona «a ripartizione»: i contributi di chi lavora oggi pagano le pensioni di chi è in pensione oggi. La sua tenuta dipende dal rapporto tra lavoratori attivi e pensionati.

Il quadro 2024

Indicatore (2024)ValoreVar. sul 2023
Spesa per pensioni (netto GIAS)286,1 mld+7,0%
Entrate contributive260,6 mld+23,9 mld
Saldo del sistema−25,5 mldda −30,7 mld
Spesa pensioni / PIL (netto GIAS)13,05%15,09% con GIAS
Occupati24,07 mln+311.000
Pensionati16,31 mln+75.723

Tre forze muovono i conti: gli occupati in crescita (record storico, più contributi che entrano); i pensionati in aumento ma quasi solo per la componente assistenziale; la rivalutazione delle pensioni all’inflazione, che fa salire la spesa nominale. Il numero delle pensioni vere e proprie — quelle IVS, invalidità, vecchiaia e superstiti — è invece fermo dal 2019.

Il dato che conta. Il rapporto occupati / pensionati 2024 è 1,48, il miglior valore della serie storica. Se si tolgono i 2,7 milioni di soggetti che ricevono solo prestazioni assistenziali (invalidità civile, assegni sociali, pensioni di guerra, rendite Inail), il rapporto sui pensionati «veri» sale a 1,77: un livello considerato buono per la sostenibilità di medio-lungo termine.

36 anni di conti: le riforme hanno funzionato

La serie storica 1989-2024 si divide in quattro fasi: 1989-1997, prima delle riforme, spesa fuori controllo e saldi fino a −20%; 1998-2006, con le riforme Amato e Dini operative i conti vanno verso il quasi pareggio del 2008; 2007-2014, la crisi finanziaria fa peggiorare di nuovo i saldi, arriva la riforma Fornero; 2015-2024, ripresa instabile, shock di pandemia e guerre, «Quota 100/102/103» che anticipano le uscite.

La lezione di fondo: dopo le riforme la spesa per pensioni cresce poco e in modo stabile (+1,27% reale medio l’anno nel 2000-2024). A far oscillare i conti non è più la spesa, ma le variabili macroeconomiche — PIL, occupazione, salari e quindi entrate contributive. Le entrate sono congiunturali, la spesa è strutturale.

Quanto pesano le pensioni sul PIL

AnnoSpesa pensioni / PIL (con GIAS)
198910,8%
199713,3%
2008-201515,5%
2020 (COVID)16,7%
202415,1%

Il rapporto spesa/PIL è l’indicatore con cui l’UE confronta i sistemi pensionistici. Ma è una frazione: peggiora sia se sale la spesa sia se scende il PIL. Il picco del 2020 (16,7%) è un effetto ottico: non è esplosa la spesa, è crollato il PIL di quasi il 9% nel lockdown. Dopo le riforme di metà anni Novanta il rapporto si è stabilizzato: niente deriva incontrollata.

Lo schema della sostenibilità: chi regge e chi no

Questa è la tabella centrale del Rapporto (Tabella 1.a): ogni gestione del sistema obbligatorio con i suoi attivi, pensionati, entrate, uscite e saldo, per l’anno 2024.

Gestione 2024AttiviPensionatiAtt./pens.Saldo mld
Lavoratori privati16.136.0208.375.0801,93+11,6
Dipendenti pubblici (ex INPDAP)3.351.0003.177.9801,05−46,4
Artigiani1.336.0001.803.8000,74−3,8
Commercianti1.927.3001.506.7801,28+0,6
Coltivatori diretti, coloni, mezzadri408.2501.149.9300,36−2,0
Parasubordinati (Gestione Separata)1.730.000621.4002,78+9,9
Casse professionali (509/94 e 103/96)1.327.913568.5462,34+4,4
Totale sistema obbligatorio26.216.48317.203.5161,52−25,6

La colonna chiave è attivi per pensionato: dove ci sono almeno due lavoratori per ogni pensionato il fondo regge; sotto 1, il fondo è in rosso. I saldi positivi delle gestioni in attivo valgono +32,3 mld, ma non bastano a coprire i −51,2 mld delle gestioni in deficit.

Dentro i «lavoratori privati»

Il blocco dei privati raccoglie un grande fondo e tante eredità di categorie chiuse. Il FPLD — Fondo pensioni lavoratori dipendenti — è il cuore del sistema: 15,7 milioni di attivi, 60% dei contribuenti, 48% delle pensioni, saldo positivo da 17 anni. I fondi «ex» (IPOST con 0,69 attivi per pensionato, FF.SS. con 0,09, Volo, giornalisti) sono categorie in calo: confluiti nell’INPS, il loro rosso è coperto dal FPLD.

Le gestioni in attivo: +32,3 miliardi

L’avvertenza nascosta. L’attivo dei fondi «giovani» (parasubordinati, casse) è fisiologico: hanno pochi pensionati perché sono nati da poco. Col tempo l’avanzo si riduce.

Le gestioni in deficit: −51,2 miliardi

Il fondo dei dipendenti pubblici è il buco nero del sistema: a fronte di 47 miliardi di contributi paga 93,6 miliardi di pensioni, con un disavanzo di 46,4 miliardi pari al 49,5% della spesa. Da solo vale il 90,5% di tutto il rosso del sistema previdenziale. La causa: blocco delle assunzioni dopo la crisi 2008 (meno contributi) e pensionamenti accelerati (più uscite) — quasi una pensione per ogni dipendente attivo.

Gli altri deficit vengono da categorie che si svuotano: gli artigiani hanno perso 566 mila contribuenti dal 2008 (−29,8%) e contano 135 pensioni ogni 100 attivi; i coltivatori diretti hanno 2,8 pensioni per ogni contribuente, con pensioni basse coperte per oltre metà dalla fiscalità generale.

Due termometri della sostenibilità

Pensioni ogni 100 contribuenti (2024)

Misura il carico che grava su ogni lavoratore attivo: Parasubordinati 36, Liberi professionisti 43, Dipendenti privati 52, Commercianti 78, Dipendenti pubblici 95, Artigiani 135. Per i coltivatori diretti il valore è 282: quasi tre pensioni da pagare per ogni contribuente.

Aliquota teorica di equilibrio

È l’aliquota che servirebbe a chiudere in pareggio. Lo scarto rispetto all’aliquota reale dice quanti punti di contributi mancano: Parasubordinati +23,2, Casse 103/96 +14,2, Liberi professionisti +6,9, FPLD +4,2, Commercianti +0,4, Artigiani −10,6, Dipendenti pubblici −20,8, Coltivatori diretti −39,4. Per il sistema intero l’aliquota di equilibrio è 34,2%, con uno scarto di −2,4 punti — circa 18,7 miliardi.

Previdenza non è assistenza

Nello stesso aggregato «pensioni» finiscono cose diverse: le pensioni vere e proprie pagate con i contributi (IVS) e le prestazioni assistenziali pagate dalle tasse di tutti (invalidità civile, assegni sociali, pensioni di guerra). Mescolarle falsa il quadro.

IndicatoreAggregatoSolo pensioni vere
Pensionati16,3 mln13,5 mln
Spesa pensioni / PIL15,4%sotto 12%
Attivi per pensionato1,481,77

Le proiezioni UE e OCSE usano l’aggregato: l’Italia appare con spesa pensionistica «esplosiva» quando il problema vero è un altro. Separare le voci non cambia la spesa totale: cambia le politiche, perché permette di controllare ogni componente con gli strumenti giusti.

La spesa assistenziale a carico delle tasse

Il costo delle attività assistenziali a carico della fiscalità generale è ammontato nel 2024 a 180,5 miliardi. Nel 2008 erano 73 miliardi: in 17 anni è cresciuta del 147%, a un tasso del 7,8% l’anno — oltre tre volte la crescita della spesa per pensioni.

Il paradosso: a fronte di questa enorme redistribuzione la povertà non è scesa. Le persone in povertà assoluta sono passate da 2,1 milioni (2008) a 5,74 milioni (2024); le famiglie in povertà assoluta da 937 mila a 2,2 milioni. Più soldi spesi, stessa povertà: la spesa è mal indirizzata.

Cosa serve. Manca da vent’anni un casellario dell’assistenza: non si sa chi prende cosa, da quanto e perché. L’ISEE è diventato «un moltiplicatore di lavoro sommerso ed evasione». Una banca dati e controlli efficaci potrebbero liberare almeno 15 miliardi l’anno.

Focus territorio: le province più «anziane» d’Italia

La Tabella 5.8 misura quante pensioni IVS vengono erogate ogni 100 residenti, provincia per provincia. Le prime dieci province d’Italia sono tutte del Nord, e il Piemonte le occupa quasi tutte.

ProvinciaPensioni IVS / 100 residenti
Biella (1° in Italia)40,4%
Vercelli36,7%
Alessandria35,3%
Asti34,5%
Verbano-Cusio-Ossola (14°)34,1%
Cuneo33,2%
Novara32,5%
Torino31,6%
Italia (media)27,9%
Napoli (minimo nazionale)17,1%

Ogni provincia piemontese è sopra la media nazionale. Il VCO è al 34,1%, 14° in Italia: oltre una pensione ogni tre residenti. Non è un dato di «ricchezza pensionistica»: è il segnale di un territorio con pochi giovani e poco lavoro, dove il problema della sostenibilità è già presente.

Cosa ci aspetta e cosa propone il Rapporto

Gli over 65 passano dal 24,3% della popolazione (2024) al 30% nel 2035 e al 34,5% nel 2050. La spesa pensioni/PIL (aggregata) resta stabile fino al 2028, poi sale fino al 17,1% nel 2040, quindi scende al 14% nel 2070. Ma il Rapporto avverte: l’«assalto dei baby boomer» avrà effetti modesti. In Italia ci sono 36 milioni di persone in età da lavoro e solo 24 milioni lavorano: mezzo punto in più di produttività annullerebbe la «gobba» pensionistica. Il problema vero è occupazione e produttività, non la demografia.

Le proposte di Itinerari Previdenziali:

Il debito pubblico nel 2024 è costato 85 miliardi di interessi, che diventeranno 92 nel 2026 e quasi 100 nel 2027. La spesa sociale assorbe il 61% di tutte le entrate contributive e fiscali dello Stato.

Tre numeri da ricordare

La «bomba pensioni» raccontata ogni anno è in gran parte un problema di definizioni: il deficit vero è concentrato in poche categorie con pochi attivi e molti pensionati. Il problema dell’Italia non è che si invecchia: è che lavorano in pochi.