ECCOCI! ECCOCI!
← Hub
CRONACHE

Sull'atomismo e i Palazzi d'Inverno: la rabbia delle piazze e la ricostruzione della democrazia

24 ottobre 2026 · di Gigi Bacchetta

Una folla avanza compatta nel controluce del tramonto: ragazze e ragazzi di oggi in felpa, tuta e sneakers camminano fianco a fianco con braccianti e contadine di inizio Novecento
Immagine generata con intelligenza artificiale, liberamente ispirata a Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1901).

Negli ultimi giorni le cronache dei quotidiani nazionali sono tornate a riempirsi delle immagini di piazze attraversate da proteste, tensioni e scontri.

La lettura dominante ricorre ai soliti cliché: da una parte l'evocazione dell'ordine pubblico, dall'altra la riduzione del disagio giovanile a semplice "rabbia irrazionale", "delinquenza nichilista", "incoscienza emulatoria" o a residuale "teatrino ideologico". È una miopia rassicurante per chi governa e per chi ha bisogno di pensieri comodi per leggere la realtà, ma del tutto incapace di cogliere la frattura profonda che attraversa la nostra struttura sociale.

Per capire cosa stia davvero accadendo nelle strade e nella vita quotidiana delle nuove generazioni dobbiamo sforzarci, insieme, di fare un salto di analisi collettiva. Quanto segue vuole essere il mio contributo, in vista delle assemblee giovanili del 27 e 28 ottobre che abbiamo indetto nel VCO e a Novara.

La mia tesi è che la parabola della nostra società non si sia fermata all'individualismo, ma sia entrata in una fase ulteriore e ancora più drammatica, che stiamo solo iniziando a intravedere: quella dell'atomizzazione.

La parabola: Società, Individuo, Atomo

Per decenni la società fordista e il modello socialdemocratico hanno garantito una forma di identificazione collettiva. Il cittadino-lavoratore si riconosceva in luoghi di ritrovo fisici e strutturati: le grandi fabbriche, i quartieri popolari, i partiti di massa, i sindacati. La democrazia viveva al sicuro, incorporata nella società, per dirla con un concetto caro a Nadia Urbinati.

Con la svolta neoliberista degli anni Ottanta quel modello è stato progressivamente smantellato. Si è passati alla fase dell'Individuo: la celebre frase di Margaret Thatcher, "la società non esiste, esistono gli individui, uomini e donne, e le famiglie", è diventata il dogma dominante. Il processo ha sprigionato tutta la sua forza negli anni Novanta, dopo la "fine della storia".

La competizione ha sostituito la cooperazione; il "merito" è diventato misurabile soltanto attraverso il successo patrimoniale; flessibilità e precarizzazione sono andate di pari passo con una frammentazione del mondo del lavoro fatta al grido di "piccolo è bello" e dei "piccoli imprenditori colonna portante dell'economia" (di quella sommersa, senz'altro).

L'Europa sceglieva di mettere il capitale prima delle persone nei propri trattati. Arrivavano la prima stretta sul debito, in attesa della follia dell'austerità, e il passaggio al sistema pensionistico contributivo, ovviamente solo per chi sarebbe arrivato dopo. Cominciava così la "lunga marcia della povertà" contemporanea: la perdita di potere d'acquisto dei salari italiani, lo smantellamento delle tutele contrattuali, il ridimensionamento del ruolo dello Stato. Gli effetti li tocchiamo con mano oggi, nelle statistiche sulla povertà e in un accesso ai servizi pubblici, sacrificati sull'altare neoliberista, reso via via sempre più difficile, a partire dal Servizio sanitario nazionale.

Nonostante queste prime crepe, l'individualismo conservava ancora l'idea di un contesto sociale, seppure inteso come arena da cui isolarsi o in cui primeggiare. Se un individuo restava indietro non era più un problema collettivo: non ci si chiedeva più quale sfortuna lo avesse colpito, ma di quale colpa si fosse macchiato. Gli altri, però, potevano ancora osservarlo e trarre appagamento dal non essere come lui, come chi sta peggio.

Oggi assistiamo all'estrema conseguenza di questo percorso: la nascita dell'Atomo. L'atomo è il risultato di questa evoluzione parossistica: una particella impazzita che rimbalza a velocità sempre maggiore, producendo quel calore necessario alla fusione tra la frammentazione economica neoliberista e la pervasività delle tecnologie algoritmiche. È lo stadio finale, in cui la società non serve più nemmeno a "dare forma" all'individuo. Ci pensano gli algoritmi, a colpi di dopamina e contenuti di pochi secondi, che decidono cosa ci indigna, cosa desideriamo, perfino contro chi rivolgere la rabbia.

L'individuo reso atomo non lavora più in fabbrica e nemmeno nel grande ufficio. Spesso vive la scuola come un obbligo, e ne percepisce l'inutilità davanti a un destino che sente già scritto e da cui crede di non poter scappare. È solo, che sia in mezzo alla gente o chiuso in una stanza davanti a uno schermo: la sua socialità è mediata da piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale. Non cerca neppure l'isolamento dalla comunità: è diventato strutturalmente incapace di immaginarla. La sua identità non si costruisce più nel confronto reale con l'altro, ma viene proiettata e amplificata nelle camere dell'eco dei social.

Il divorzio tra capitalismo e democrazia

Questa evoluzione non è casuale: cammina di pari passo con la crisi delle nostre istituzioni democratiche. Come ricostruiscono Fabrizio Barca e Luca Borzani in Democrazia alla prova. Dalle promesse tradite a un riscatto possibile (Feltrinelli, 2026), il trentennio postbellico era stato segnato da un pragmatismo in cui lo Stato, attraverso il "modo di produzione pubblico" e un welfare universale, riusciva a disciplinare e redistribuire la ricchezza prodotta dal capitalismo.

Quando la crescita ha cominciato a rallentare, quel compromesso si è spezzato fino a diventare un vero e proprio divorzio. L'ideologia neoliberista ha imposto la privatizzazione dello Stato, la contrazione dei servizi essenziali (sanità, scuola, casa, trasporti) e la deregolamentazione dei mercati finanziari e digitali.

Il risultato è sotto i nostri occhi: l'aumento vertiginoso delle disuguaglianze e l'erosione dei diritti fondamentali. Ma quando le promesse di benessere del neoliberismo si sono rivelate un incubo, sul banco degli imputati non è finito il capitalismo finanziario: c'è finita la democrazia stessa. È quello che negli Stati Uniti chiamano "brokenism": la convinzione diffusa che le istituzioni democratiche siano irrimediabilmente rotte e incapaci di garantire libertà e giustizia sociale.

La generazione schiacciata e la privatizzazione del dolore

In questo scenario le generazioni nate dagli anni Ottanta in poi subiscono una doppia violenza. Da un lato sono state colpite sistematicamente da politiche fiscali, previdenziali e salariali che hanno spostato la ricchezza verso le rendite del passato (basti pensare alla spesa per interessi sul debito, che ha divorato un trentennio di avanzi primari) privandole di prospettive di autonomia, di casa, di famiglia. Dall'altro subiscono una narrazione tossica che ancora oggi le dipinge come "parassitarie" e "choosy", colpevolizzandole per mancanze strutturali di cui non hanno alcuna responsabilità.

Davanti a una sofferenza esistenziale e materiale di queste proporzioni, il sistema economico non offre risposte collettive: privatizza il disagio, lo relega negli angoli bui delle singole esistenze. La salute mentale, l'ansia da prestazione e l'eco-ansia vengono trattate come problemi individuali, da gestire sul mercato privato della cura o con la sola risposta farmacologica.

Serve uno sguardo radicale. Chi oggi affronta da solo ansia e depressione, magari con un farmaco preso nel chiuso della propria casa, tra solitudine e vergogna, non ha nulla di cui vergognarsi: curarsi è un diritto. La catena da spezzare insieme è un'altra: è l'isolamento in cui quel dolore viene chiuso, anello dopo anello, finché sembra una colpa personale e non il sintomo di un'ingiustizia sistemica. La risposta collettiva al dolore di ciascuno non può restare la cura in solitudine o la bolla digitale: deve essere la comunità.

L'inganno autoritario e l'imperativo dell'"esserci"

L'atomizzazione sociale è il terreno fertile su cui prosperano i nuovi autoritarismi globali.

Non promettono una reale redistribuzione della ricchezza né la ricostruzione dei diritti, ma un patto consolatorio: protezione identitaria contro il "diverso" e il "più debole"; confini chiusi, non solo verso l'esterno ma anche dentro la società, per relegare in un angolo chi è oppresso per genere, razza, orientamento e identità sessuale, povertà; e la promessa di essere "lasciati in pace da ogni regola" (il cosiddetto libertarismo autoritario).

In cambio chiedono "solo" la rinuncia alle tutele democratiche e la concentrazione del potere nell'esecutivo.

Stretti in questa morsa, tra l'isolamento dell'atomo e la trappola autoritaria, le piazze di questi giorni ci mostrano carne, corpi, violenza fisica. Una rabbia estemporanea, non perché non possa ripetersi, ma perché si muove a ondate improvvise e in geografie impreviste, e che rischia di bruciare in un attimo per la distanza, anagrafica e di metodo, da forme organizzative capaci di durare.

Ecco perché, mai come ora, dobbiamo superare la postura passiva dell'"aprire spazi", che conserva il sapore dell'attesa e della delega. L'unica risposta all'atomismo dell'artificiale è l'imperativo dell'"esserci" nell'umano.

Dobbiamo uscire, essere fisicamente presenti ovunque ci sia sofferenza sociale, per "assaltare il male altrui". Come scrive l'economista Massimo Florio, oggi «ogni ospedale è un Palazzo d'Inverno»: la trasformazione democratica non passa più per la presa di un unico centro di potere statale, ma per la riappropriazione e il governo collettivo dei luoghi concreti in cui si curano i bisogni primari delle persone: la scuola, la sanità pubblica, i consultori, i quartieri sfilacciati, i luoghi del lavoro precario.

Rifiutare la condizione di atomi non è un gesto sentimentale: è la priorità politica del nostro tempo. Significa ricostruire comunità di cura e di conflitto, rifiutare la solitudine algoritmica e pretendere che la vita reale delle persone torni a essere l'unica, vera materia della democrazia. Anche gli atomi, del resto, tendono a legarsi tra loro: lo fanno per raggiungere una maggiore stabilità. Ecco il nostro compito: fare in modo che i nuovi atomi riscoprano quell'antica nostalgia del legame.

Revisione: Bogdanov (l'IA di ECCOCI!)